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Dipartimento delle politiche

territoriali e ambientali

                                                                                                             

Area tutela e valorizzazione

delle risorse ambientali

UOC tutela della diversità ecologica

 

 

 

 

 

  

Analisi degli elementi naturalistici e formulazione di indicazioni gestionali per il torrente Trasubbie

(Scansano, Gr)

 

 

 

 

 

(Gennaio 2004)


 

 

 

 

Relazione conclusiva

 

  

 

 

 

 

 

 

Claudia Angiolini (Dott. Naturalista) – Impostazione del lavoro, flora e vegetazione, valutazione delle emergenze e linee guida per la gestione

Emiliano Arcamone - Rilievi avifaunistici

Manuela Boddi (Dott. Naturalista) – Cartografie e uso del suolo.

Linda Colligiani (Dott. Forestale) – Elaborazione dati avifaunistici, ricerca bibliografica e stesura relazione avifauna, fauna non ornitica, valutazione delle emergenze e linee guida per la gestione, cartografia

Paolo Dall'Antonia (Dott. Biologo) - Rilievi avifaunistici

Flavio Frignani (Dott. Naturalista) – Flora

Marco Landi (Dott. Naturalista)  - Flora e vegetazione, valutazione delle emergenze e linee guida per la gestione

 

 

 

 

 

 

sommario

 1.     Premessa_______________________________________________________________

2.     Inquadramento dell’area__________________________________________________

2.1.  Area di studio: cenni sugli aspetti geologici, geomorfologici e climatici____________

2.1.1.       Caratteristiche geologiche, geomorfologiche e pedologiche______________________________

2.1.2.       Cenni sul clima_______________________________________________________________

2.1.3.       Cenni sulla geologia___________________________________________________________

2.1.4.       Caratteri geomorfologici________________________________________________________

3.     Analisi naturalistiche_____________________________________________________

3.1.  Vegetazione e Uso del suolo______________________________________________

3.1.1.       Le fonti documentarie sugli aspetti floristici e vegetazionali______________________________

3.1.2.       L’ uso del suolo______________________________________________________________

3.1.3.       La vegetazione_______________________________________________________________

3.1.3.1.    Cenni metodologici_________________________________________________________

3.1.3.2.    Le tipologie vegetazionali_____________________________________________________

3.1.3.3.    Quadro sintassonomico______________________________________________________

3.1.3.4.    Le serie di vegetazione_______________________________________________________

3.1.4.       Le emergenze vegetazionali______________________________________________________

3.2.  La flora_______________________________________________________________

3.2.1.       Cenni metodologici____________________________________________________________

3.2.2.       Analisi della flora_____________________________________________________________

3.2.3.       Le emergenze floristiche________________________________________________________

3.3.  Avifauna______________________________________________________________

3.3.1.       Cenni metodologici____________________________________________________________

3.3.2.       Le fonti documentarie edite e inedite_______________________________________________

3.3.3.       L'indagine in Campo___________________________________________________________

3.3.3.1.    Analisi del transetto_________________________________________________________

3.3.3.2.    Il popolamento nidificante____________________________________________________

3.3.4.       Emergenze avifaunistiche_______________________________________________________

3.4.  Ittiofauna, Erpetofauna e Teriofauna________________________________________

3.4.1.       Cenni metodologici____________________________________________________________

3.4.2.       Le fonti documentarie edite ed inedite______________________________________________

3.4.3.       Specie osservate durante i rilievi di campagna________________________________________

4.     Valutazione dei risultati___________________________________________________

4.1.  Valore naturalistico degli habitat___________________________________________

4.1.1.       Risultati____________________________________________________________________

4.2.  Cause di minaccia e livelli di fragilità_______________________________________

5.     Aspetti propositivi________________________________________________________

5.1.  Linee guida per la gestione_______________________________________________

5.2.  Indicazioni per la valorizzazione___________________________________________

6.     Allegati      omissis_____________

7.     Bibliografia  omissis____________

8.     Tavole allegate  omissis_________


 

1.   Premessa

L’obiettivo dell’istituzione del Sito d’Interesse Regionale (SIR) “Torrente Trasubbie e Trasubbino”, ai sensi della L.R. Toscana 56/2000, è quello di preservare l’ampio letto fluviale e le aree riparie ad esso collegate, visto che la loro importanza biologica ed ecologica supera di gran lunga l’incidenza che presentano in termini di superficie sul contesto territoriale.

La tipologia ambientale prevalente è infatti l’alveo fluviale ampio, caratterizzato da una distesa di alluvioni ghiaioso-ciottolose che conferiscono al letto una particolare conformazione larga e poco profonda, apparentemente sproporzionata rispetto alla portata del corso d’acqua, simile come morfologia alle “fiumare” delle montagne calabresi e siciliane. Tale alveo è solcato da una rete di canali intrecciati o anastomizzati appena incisi, quasi del tutto asciutti durante l’estate e percorsi da improvvise e violente piene durante il periodo autunnale o primaverile.

I terrazzi più bassi, sommersi dalle piene ordinarie, presentano una estrema mobilità e formano un substrato molto instabile dove solo poche piante pioniere riescono a insediarsi. La vegetazione può colonizzare, con abbondante copertura, la sommitá relativamente pianeggiante dei terrazzi piú alti, cresciuti durante le piene eccezionali (Biondi et al., 1997). Inoltre lo stretto mosaico tra boscaglie ripariali, arbusteti, garighe e praterie consta di un insieme di ecotoni, cioè ambienti di transizione, notoriamente caratterizzati da elevata diversità biologica. Altre tipologie ambientali rilevanti sono seminativi e pascoli, per lo più contigui all’alveo.

In questo ambiente particolare si creano habitat, anche d’interesse comunitario secondo il regolamento 92/43 CEE, come i pratelli di erbe graminoidi e erbe annuali (Thero-Brachypodietea, Helianthemetea) e le cenosi di suffruttici a dominanza di Santolina etrusca e Helichrysum italicum (Rosmarinetalia), peculiari per specie vegetali e animali rare, come la testuggine di Herman Testudo hermanni (Rettili), l’occhione Burhinus oedicnemus, il biancone Circaetus gallicus e la ghiandaia marina Coracias garrulus, fra gli uccelli.

In generale i corsi d’acqua costituiscono dei «corridoi ecologici» che assicurano una continuità fisica tra ecosistemi tramite i processi ambientali (flussi di materia, di energia, di organismi viventi); costituiscono dunque uno strumento fondamentale di mantenimento della biodiversità.

Per impostare una corretta gestione e proporre strategie di conservazione è necessaria una solida conoscenza scientifica desunta da studi come quello che stiamo esponendo, che dovrà essere la base per stilare un futuro piano di gestione.

Il presente studio botanico e faunistico, redatto a seguito dell’Incarico per una Consulenza relativa ad “Analisi degli elementi naturalistici e formulazione di indicazioni gestionali per il T. Trasubbie (Scansano, Gr)”, ha come finalità quella di fornire l’analisi e la valutazione degli elementi naturalistici (vegetazione e flora, fauna vertebrata focalizzando l’attenzione sull’avifauna nidificante, uso del suolo) per la formulazione di indicazioni gestionali, con particolare riferimento alla gestione idraulica, le attività agricole e pastorali e la valorizzazione ambientale e turistica dell’area.

 

 

 

2.   Inquadramento dell’area

2.1.                    Area di studio: cenni sugli aspetti geologici, geomorfologici e climatici

2.1.1.                           Caratteristiche geologiche, geomorfologiche e pedologiche

Il SIR (Sito d’Importanza Regionale) ha una superficie di circa 1381 ha e comprende quasi completamente l’alveo fluviale del torrente Trasubbie (affluente del fiume Ombrone) e dei suoi affluenti Trasubbino e Senna; è localizzato nella parte centro-orientale della provincia di Grosseto, tra il comprensorio amiatino e la Maremma.

Il torrente Trasubbie nasce nella zona compresa tra il Poggio le Sassaie (1.080 m s.l.m.) e il Monte Buceto (1.152m s.l.m.), all’interno del SIC (Sito d’Importanza Comunitaria) del Monte Labbro Alta valle dell’Albegna. E’ lungo circa 24 km, ha un andamento E/NE-W e scorre prima nel comune di Arcidosso e Roccalbegna, poi in quello di Scansano e Campagnatico (Grosseto), gettandosi nell’Ombrone alla quota di 18m s.l.m..

Il suo affluente principale è il torrente Trasubbino che, dopo la confluenza con il Fosso Senna, si distende a sinistra nella piana alluvionale. In particolare entrambi i corsi d’acqua, con i propri apporti detritici, incrementano il trasporto solido del Trasubbie che, a valle della confluenza con il Trasubbino, presenta un letto largo anche 800m in cui il divagare e l’intreccio dei rami non rende più distinguibile la netta individualità degli stessi.

L’area oggetto di studio è riconosciuta come SIR (Sito d’Importanza Regionale) e comprende parte del Trasubbie, Trasubbino e Senna; contiene il loro alveo a partire da 307m di quota per il primo e di 330m per il secondo, fino alla quota minima di 35m nei pressi della confluenza con il fiume Ombrone.

Il limite esterno dell’area in esame coincide con l’esterno della fascia ripariale e pertanto, l’intero Sito assume la forma di fasce strette e lunghe parallele ai corsi d’acqua.

Il torrente si evolve nel tempo e presenta pertanto un contorno e un volume variabili. I limiti del SIR, che oggi risultano coincidenti con la morfologia torrentizia, potrebbero essere revisionati in un prossimo futuro.

Nel pSIR sono presenti, secondo Rossi et al. (1994), 3 "sistemi di paesaggio"; i sistemi di paesaggio, rappresentando unità geografiche, consentono di ottenere in modo rapido la correlazione con l'ambiente geografico fisico:

i)                    Sottosistema di paesaggio  CP13 - Rilievi dalla bassa Val d'Orcia alla bassa valle del Trasubbie (la tipologia più estesa);

ii)                  Sottosistema di paesaggio  RA10 - Rilievi a sudovest del Monte Amiata fino a Scansano (nella parte a monte del pSIR);

iii)                Sottosistema di paesaggio  RA9 - Rilievi tra l'Ombrone e Magliano in Toscana (lambisce solo marginalmente il pSIR).

 

2.1.2.                           Cenni sul clima

I dati climatici sono stati ricavati da Barazzuoli et al. (1993) e calcolati per il periodo 1951 - 1980. Le stazioni termopluviometriche prese in esame sono quelle di: Granaione e Cinigiano situate a valle e nella destra idrografica, Cana situata a monte nella dorsale che divide il Trasubbie dal Trasubbino (Tabelle 1 e 2).

 

Tab. 1 -  Temperature medie mensili ed annuali

 

 

 

 

 

 

 

 

Stazioni

Quota              (m s.l.m.)

Gen

Feb

Mar

Apr

Mag

Giu

Lug

Ago

Sett

Ott

Nov

Dic

Anno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Granaione (GR)

84

7.2

8.0

9.7

12.4

16.5

20.3

23.1

23.2

20.4

16.1

11.6

8.3

14.7

Cinigiano (GR)

324

5.8

6.6

8.7

11.8

15.9

19.7

22.7

22.6

19.4

14.8

10.1

6.8

13.8

Cana (GR)

502

5.2

6.3

7.9

10.8

14.8

18.4

21.7

21.7

18.4

14.4

9.7

6.5

13.0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tab. 2 -  Precipitazioni medie mensili ed annuali

 

 

 

 

 

 

 

 

Stazioni

Quota              (m s.l.m.)

Gen

Feb

Mar

Apr

Mag

Giu

Lug

Ago

Sett

Ott

Nov

Dic

Anno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Granaione (GR)

84

66.8

59.4

57.4

58.3

54.5

45.5

23.5

30.8

66.7

83.5

99.6

85.4

731.4

Cinigiano (GR)

324

60.2

77.1

52.9

58.1

47.0

40.3

25.0

35.5

59.5

81.6

97.6

76.8

711.6

Cana (GR)

502

111.3

111.3

93.7

89.7

73.0

56.5

33.7

55.7

81.8

117.5

152.0

116.5

1092.7

 

Possiamo rilevare che la temperatura media annua passa dal valore di 13 C° nella stazione di Cana al valore di 14,7 C° nella stazione di Granaione. Le temperature medie mensili raggiungono in ogni caso il loro massimo nei mesi di Luglio e Agosto e scendono al valore minimo nel mese di Gennaio.

Per quanto riguarda il regime pluviometrico le precipitazioni medie annue ha come estremi i 1.093 mm della stazione di Cana e di 731,4  mm per la stazione di Granaione.

Secondo la classificazione proposta da Thornthwaite (1948) il clima è mesotermico e man mano che ci spostiamo da Est (dalle pendici del Monte Amiata), a Ovest (verso la Maremma), passa da umido con moderata aridità estiva (area compresa tra Roccalbegna e Baccinello), a subumido  (presso Polveraia) e a subarido con elevata aridità estiva (nella zona tra Arcille e la confluenza con l’Ombrone).

Per quanto concerne il bioclima (classificazione bioclimatica effettuata da Biondi & Baldoni (1994) mediante il calcolo dell’indice di termicità e l’utilizzo del nuovo indice ombrotermico estivo), le stazioni esaminate ricadono nella zona di transizione fra la fascia mesomediterranea (dove la vegetazione climacica, attribuibile al Quercion ilicis, consiste di boschi sempreverdi a dominanza di Quercus ilex con presenza di specie decidue che talvolta raggiungono anche elevate coperture; stazioni subcostiere, Grosseto e Granaione) e quella  collinare oceanica (dove la vegetazione climacica è rappresentata per lo più da boschi misti decidui attribuibili al Lonicero-Quercion pubescentis; le stazioni collinari interne, Cinigiano e Cana).

 

2.1.3.                           Cenni sulla geologia

L’area del SIR è interessata dai seguenti litotipi (Foglio 128, Grosseto) (Casella et al., 1969):

Sedimenti alluvionali attuali e recenti

I sedimenti alluvionali attuali e recenti, ciottolosi, sabbiosi e argillosi costituiscono la tipologia assolutamente dominante nel sito. Tali sedimenti, nella zona a monte, occupano una valle stretta ed entrano in contatto con marne e argille lacustri più o meno sabbiose ed argilloscisti nel T. Trasubbie e calcari marnosi ed argilloscisti nel T. Trasubbino. Nella zona a valle i depositi alluvionali occupano l’ampio alveo fluviale fino alle scarpate dei terrazzi più elevati e quindi più antichi, costituiti da conglomerati.

Conglomerati

Si tratta di conglomerati sciolti o debolmente cementati da una matrice sabbioso-argillosa; nel SIR in oggetto sono rappresentati da terreni sabbioso-ghiaiosi dei margini della piana di Grosseto, rialzati e quindi più antichi rispetto a quest’ultima. Sono presenti nella parte a valle del sito a contatto con le alluvioni, coprendo però estensioni molto più limitate rispetto a quest’ultime.

Sabbie e argille

Sedimenti prevalentemente marini o deltizi del Pliocene rappresentati da sabbie e arenarie con nidi di microfauna a grossi bivalvi, sabbie marnose, lenti ciottolose a luoghi gessose o da marne e argille lacustri talora gessose con lenti ciottolose. Sono presenti nella parte a monte del sito a contatto con le alluvioni, coprendo però estensioni limitate.

Arenarie

Arenarie quarzoso-feldspatiche a cemento argilloso-siliceo e talora calcitico, rappresentate essenzialmente da arenoscisti e scisti argilloso-arenacei (Serie Toscana); sono presenti solo in modo marginale nella sezione a valle del sito.

Flysch calcareo-marnoso-arenaceo

Calcari marnosi chiari, marnoscisti, argilloscisti associati a calcari arenacei compatti presenti nel SIR a contatto delle alluvioni, con copertura limitata, lungo tutto il Trasubbino e nella parte a monte delle Trasubbie.

 

2.1.4.                           Caratteri geomorfologici

I corsi d’acqua, con i loro processi di erosione, trasporto e sedimentazione sono gli ambienti che meglio caratterizzano il paesaggio naturale.

I torrenti Trasubbie e Trasubbino sono tipici corsi d’acqua della Toscana meridionale, caratterizzati da un tratto iniziale di intensa erosione e da un tratto medio-terminale con un carico di detriti superiore a quelli  che possono trasportare. Il materiale in eccesso viene dunque deposto sul fondo dell’alveo, provocando un’abbondante sedimentazione detta “aggradazione”. Il trasporto dei ciottoli, sotto la spinta della corrente di piena, avviene soprattutto per trascinamento sul fondo e, anche se possono compiere brevi tratti sospesi nelle acque torbide, vengono abbandonati bruscamente con il diminuire del gradiente (cioè il dislivello di altezza che l'acqua compie per unità di lunghezza percorsa) e quindi dell’energia fluviale, formando accumuli di detriti che favoriscono l'arresto di altri ciottoli e la rapida crescita di dossi o barre fluviali (Castiglioni, 1991; Angiolini, 1998). Le barre fluviali crescono fino a formare strutture più mature e stabili chiamate terrazze fluviali, che condizionano fortemente lo scorrimento delle acque nei periodi di morbida e magra. La superficie dei terrazzi fluviali è estremamente variabile nel tempo; infatti essi tendono a modificarsi, ad accrescersi rapidamente o a essere erosi e a migrare sotto la spinta della corrente fluviale, così che la loro forma e posizione risulta in continuo mutamento. Tali processi creano una distesa di alluvioni ghiaioso-ciottolose che conferiscono al letto fluviale una particolare conformazione larga e poco profonda apparentemente sproporzionata rispetto alla portata del corso d’acqua. La morfologia è simile a quella delle “fiumare” di Calabria, Sicilia o arco alpino, solcate da una rete di canali appena incisi quasi del tutto asciutti durante l’estate e percorse da improvvise e violente piene durante il periodo autunnale  e/o primaverile; ben riconoscibile è la biforcazione in più rami che si riuniscono e si ridividono intrecciandosi e che divagano lateralmente verso le superfici circostanti più depresse. Questo tipo di greto a canali intrecciati o anastomizzati (“letto largo a canali intrecciati” che in inglese si sintetizza con il termine, braided streams) è presente in numerosi torrenti e fiumi della Toscana meridionale e il Trasubbie ne è sicuramente un esempio significativo. Infatti la particolare organizzazione del tracciato fluviale, che rappresenta l’espressione più naturale della dinamicità fluviale in alvei caratterizzati dall’abbondante carico di ciottoli e dalle dinamiche di trasporto e sedimentazione, e la capacità di modellare il territorio raggiunge qui la sua massima espressione.

 

 

 

3.   Analisi naturalistiche

3.1.                    Vegetazione e Uso del suolo

3.1.1.                           Le fonti documentarie sugli aspetti floristici e vegetazionali

La zona del SIR, come buona parte delle Maremma Toscana interna, risulta per lo più scarsamente esplorata dal punto di vista floristico-vegetazionale (Moggi, 1972). Poiché gli studi riguardanti la flora vascolare e la vegetazione di quest’area sono piuttosto limitati, ogni ricerca effettuata nella regione dà un grande contributo ai fini di una corretta gestione ambientale.

Le prime erborizzazioni nella zona di Scansano, Monte Po, e nei dintorni del Torrente Senna, risalgono alla fine del 1700 con Santi (1798) il quale, durante il suo secondo viaggio sul Monte Amiata, riporta un breve elenco di specie (circa 30) per queste zone. 

Le uniche indagini floristico-vegetazionali precedenti a questo studio e relative in modo specifico al Torrente Trasubbie risalgono agli anni novanta (1996-1998) quando, nell’ambito di ricerche geobotaniche rivolte in particolare allo studio di distribuzione e sinecologia dell’endemica Santolina etrusca, sono stati effettuati numerosi rilievi vegetazionali nell’area del SIR (Angiolini, 1998). In particolare tali rilievi hanno interessato sia le cenosi emicriptofitiche a dominanza di Ampelodesmos mauritanicus che le garighe a Santolina etrusca ed hanno permesso di rinvenire in Toscana il Coronillo-Ampelodesmetum (Angiolini & De Dominicis, 2001) e di descrivere il Santolino-Saturejetum (Scoppola & Angiolini, 1997 a, b).

Lavori recenti di carattere floristico che interessano il S.I.R. sono:

·        Un’importante segnalazione floristica realizzata da Angiolini et al. (2003) relativa alla conferma della presenza in Toscana di Linum nodiflorum L. rinvenuto lungo il corso del torrente Trasubbie (210 m s.l.m.) su depositi alluvionali di sponda e in piccole cenge rocciose di matrice calcarea (440 m s.l.m.) nell’Oasi WWF Rocconi (Semproniano, Gr). Per questa entità rara e a distribuzione frammentaria nella penisola, viene confermata l’appartenenza alla flora regionale e se ne documenta l’estensione dell’areale alla Toscana meridionale.

·        Un contributo di Angiolini et al. (in stampa) dove viene indagata la reale presenza in Italia di O. viscosa L. e O. breviflora DC., due entità alquanto affini sia dal punto di vista morfologico che ecologico, tanto che numerosi autori le trattano come sottospecie. Dall’analisi dei campioni d’erbario, di quanto riportato in bibliografia e da osservazioni di campo riteniamo di poter escludere Ononis viscosa L. dalla flora italiana. Tutti i campioni italiani esaminati, compresi quelli provenienti dalla valle del Torrente Trasubbie, sarebbero da attribuire ad O. breviflora.

 

3.1.2.                           L’ uso del suolo

L’area è attualmente interessata da un grado medio di antropizzazione. Le attività praticate sono di tipo estensivo (pascolamenti di ovini, colture sia temporanee che permanenti associate in vari modi) e riguardano una buona parte del corridoio fluviale, sul quale influiscono in modo significativo.

Le tipologie presenti sono riportate di seguito con denominazione e codice secondo il Corine Land Cover (AA.VV., 1993):

·        seminativi (2.1.1.)

·        colture temporanee associate a colture permanenti (2.4.1.)

·        aree prevalentemente occupate da colture agrarie con presenza di spazi naturali importanti (siepi e/o arbusteti) (2.4.3.)

·        boschi di latifoglie (3.1.1.)

·        zone caratterizzate da vegetazione arbustiva e/o erbacea non ulteriormente divisibili (3.2.).

·        aree a pascolo naturale e praterie (3.2.1.)

·        brughiere e cespuglieti (3.2.2.)

·        aree a vegetazione sclerofilla (3.2.3.)

·        aree a vegetazione boschiva ed arbustiva in evoluzione (3.2.4.)

·        mosaico di 3.2.3. e 3.2.4.

·        aree con vegetazione rada (3.3.3.)

·        corsi d’acqua (5.1.1.)

Per ciascuna tipologia è indicata la superficie in ettari e la percentuale calcolata rispetto alla superficie totale del SIR, che è di circa 1382 ha (Tab. 3).

Le superfici agricole nel loro insieme (le prime tre tipologie) interessano il 23% dell’area per un totale di quasi 320 ha. Si tratta per il 13% di seminativi presenti sia a monte, in zone anche di pendenza, che a valle, soprattutto nella pianura che interessa la confluenza tra Trasubbie e Trasubbino. Costituiscono un aspetto importante del paesaggio in quanto la popolazione locale ha mantenuto la tessitura tradizionale del territorio, con la presenza nei coltivi di piante arboree (soprattutto querce camporili) di notevoli dimensioni, isolate o a gruppi, che conferiscono a queste aree una inedita e specifica qualità paesistica.  Il restante 10% riguarda tessiture agrarie per lo più a maglia fitta, caratterizzate dalla permanenza di associazioni colturali tradizionali - colture permanenti (vigneti, oliveti) associate a colture temporanee o mosaici di seminativi separati da siepi e/o arbusteti – della forma e dimensione di campi, con confini in genere coincidenti con la rete scolante principale. Molto spesso anche tali confini sono rappresentati da siepi che risultano forme residue del paesaggio di antica formazione, presenti in genere in corrispondenza con la rete minuta degli impluvi.

I boschi di latifoglie occupano 446 ha, corrispondenti al 32% dell’area e sono decisamente concentrati nella parte a monte del SIR. Sul torrente Trasubbino si ritrovano da entrambi i lati del corso d’acqua, mentre sul torrente Trasubbie sono più evidenti alla sinistra idrografica. Importante è anche la quantità di boschi lungo il torrente Senna, affluente di sinistra del torrente Trasubbino.

Le zone caratterizzate da vegetazione arbustiva e/o erbacea nel senso più generale del termine occupano il 12.8% dell’area, per un totale di circa 177 ha. Si tratta di un mosaico di situazioni diverse che non è stato possibile delimitare sulla carta proprio per la loro compenetrabilità. Le situazioni più omogenee ben visibili e cartografabili sono risultate comunque consistenti: i pascoli naturali e le praterie, che comprendono anche zone interessate da pascolamento ovino, occupano l’ 8.6 % (119 ha) dell’area totale ed insistono soprattutto a valle, nelle vicinanze del corso d’acqua. Le brughiere ed i cespuglieti si estendono per 22 ha (pari al 1.6%) soprattutto in alcuni tratti a monte prima della confluenza dei 2 torrenti. Le aree a vegetazione sclerofilla occupano il 4.3 %, quelle a vegetazione boschiva ed arbustiva in evoluzione il 6.8 %. Sono presenti anche situazioni a mosaico di entrambe le tipologie per un totale di quasi 30 ha, pari al 2.2 %.

Si individuano inoltre aree con vegetazione rada, che ricoprono il 3.2 % del SIR.  Si trovano a ridosso dell’alveo, in meandri del torrente dove scorre acqua in caso di piene.

Il restante 4.9 % è occupato dall’alveo fluviale.

 

Tab. 3 - Superfici in ha e percentuali delle varie tipologie di uso del suolo.

Cod. Corine

Tipologia

Sup. (ha)

Sup. %

2.1.1.

Seminativi

183

13,2

2.4.1.

Colture temporanee associate a colture permanenti

18

1,3

2.4.3.

Aree occupate da colture agrarie con presenza di spazi naturali importanti

118

8,5

3.1.1.

Boschi di latifoglie

446,6

32,3

3.2.

Zone caratterizzate da vegetazione arbustiva e/o erbacea

176,8

12,8

3.2.1.

Aree a pascolo naturale e praterie

119,5

8,7

3.2.2.

Brughiere e cespuglieti

22

1,6

3.2.3.

Aree a vegetazione sclerofilla

60

4,3

3.2.4.

Aree a vegetazione boschiva ed arbustiva in evoluzione

30,8

2,2

3.2.3., 3.2.4.

Mosaico di aree a vegetazione sclerofilla e aree a vegetazione boschiva ed arbustiva in evoluzione

94

6,8

3.3.3.

Aree con vegetazione rada

44

3,2

5.1.1.

Corsi d'acqua, canali e idrovie

68,5

5,0

 

                                                                

3.1.3.                           La vegetazione

3.1.3.1.                                              Cenni metodologici

Lo studio della vegetazione è stato effettuato sulla base di 127 rilevamenti vegetazionali eseguiti adottando la metologia della scuola sigmatista di Zurich-Montpellier proposta da Braun-Blanquet (1932); questa consiste nel redigere l’elenco delle specie presenti in un’area omogenea (popolamento elementare) e sull’attribuzione a ciascuna di esse di un valore di copertura come riportato di seguito.

 

COPERTURA PERCENTUALE                                                                             VALORE

Individui rarissimi                                                                                                                  r

Individui rari                                                                                                                          +

Individui numerosi o pochi ma in grado di coprire meno di 1/20 della superficie del rilievo 1

Individui numerosi ma in grado di coprire meno di 1/4 della superficie del rilievo                2                                                                                              

Grado di ricoprimento tra ¼ e ½ della  superficie del rilievo                                                 3

Grado di ricoprimento tra ½ e ¾ della superficie del rilievo                                                  4

Grado di ricoprimento superiore ai ¾ della superficie del rilievo                                          5

 

I rilievi sono stati realizzati nel periodo maggio-settembre 2002-2003, tenendo conto delle situazioni di vegetazione a mosaico frequenti e normali in seno alla maggior parte delle cenosi rilevate. Sono stati effettuati lungo un transetto ideale che, tagliando trasversalmente il corso del fiume, permette di individuare le diverse tipologie vegetazionali in funzione dei gradienti ambientali che agiscono sulla composizione specifica (profondità dell’acqua, umidità, profondità e tessitura del suolo, disturbo da piene ecc.). Per ogni rilievo inoltre si sono registrati numerosi parametri ambientali (quota, distanza e altezza rispetto al livello di magra, caratteristiche del suolo e velocità dell’acqua) e caratteristiche vegetazionali (copertura e stratificazione della vegetazione, copertura dei licheni e briofite, ecc.). Per quanto riguarda il suolo, per ogni rilievo sono state riportate, tramite valutazioni effettuate in campo, le seguenti caratteristiche: struttura, rocciosità, pietrosità, microtopografia e la tessitura con i seguenti valori (argilloso=1; argilloso-limoso=2; limoso=3; limoso-sabbioso=4; sabbioso=6; sabbioso-limoso=7;sabbioso-ciottoloso=8; ciottoloso-sabbioso=9; ciottoloso=10).

Il rilevamento ha interessato i diversi ambienti e aspetti vegetazionali presenti nel SIR; per ognuno di essi la dimensione del campione (numero dei rilievi) è stata scelta in relazione all’estensione dell’habitat e al suo grado di omogeneità.

La maggior parte dei rilievi ha interessato le alluvioni terrazzate, che rappresentano l’habitat in assoluto più esteso e caratteristico del SIR; sono stati effettuati tenendo conto sia dei gradienti longitudinali (dall’area collinare più interna fino a quella subcostiera presso la confluenza con l’Ombrone, da quote di 340m s.l.m. fino di 40m s.l.m.) che di quelli trasversali (dalle cenosi pioniere dei terrazzi a substrato incoerente, sommersi frequentemente dalle piene a quelle a dominanza di fanerofite dei terrazzi esterni ormai quasi completamente affrancati dalla dinamica fluviale).

In seguito, sulla base dell’analisi fitosociologica, tramite valutazioni qualitative e quantitative e confronti con la letteratura, i rilievi sono stati attribuiti a singole associazioni o aggruppamenti, eliminando quelli risultati incompleti o ridondanti.

 

3.1.3.2.                                              Le tipologie vegetazionali                                                                                          

Come evidenziato in Tab. 4, l’area dell’alveo fluviale è occupata prevalentemente da un mosaico di aspetti erbacei pionieri a dominanza di Inula viscosa, garighe a diverso grado di evoluzione e ampelodesmeti. In misura minore, ma sempre in modo ben rappresentabile, sono presenti saliceti arbustivi e aspetti di macchia termoxerofila. I versanti circostanti il Trasubbie e il Trasubbino, in particolare nella parte a monte del loro corso, sono invece ricoperti da vegetazione boschiva, prevalentemente decidua, generalmente con un buon grado di naturalità. Qui di seguito vengono descritte le differenti tipologie rinvenute all’interno dei tipi cartografati, riportati con nome e numero come indicato nella carta allegata. Le relative tabelle sono riportate in Allegato 6.3.

 

 Tab. 4 – Superficie in ettari e percentuale dei tipi cartografati

Cod.

Tipologia

Sup. (ha)

Sup. %

1

Corsi d’acqua con, a tratti, vegetazione acquatica e/o elofitica

68

5

2

Vegetazione erbacea del letto fluviale e dei terrazzi alluvionali recenti

40,5

2,9

3

Arbusteti e boscaglie a salici dell’alveo fluviale, disturbata dalle piene ordinarie

19

1,4

4

Boschi  igrofili ripariali dei terrazzi più esterni a prevalenza di salice bianco e pioppi

4,4

0,3

5

Garighe e praterie xerofile dei terrazzi alluvionali

43

3,4

6

Praterie steppiche dei terrazzi alluvionali ad Ampelodesmos mauritanicus

27

2

7

Arbusteti, siepi, macchie

53

3,8

8

Boschi di leccio

72

5,2

9

Boschi misti di latifoglie prevalentemente termofile

373

27

10

Complesso di vegetazione erbacea calanchiva

5,6

0,4

11

Garighe a mosaico con praterie steppiche

61

4,4

12

 Prati-pascoli

72

5,2

13

 Seminativi con vegetazione infestante

183,75

13,3

14

Seminativi e pascoli a maglia fitta e a campi chiusi

59,5

4,2

15

Vigneti

0,4

0,1

16

Seminativi e/o praterie seminaturali a mosaico con oliveti o vigne

74

5,3

17

Aspetti pionieri di greto a mosaico con saliceti, garighe e praterie xerofile

41

3

18

Garighe e praterie steppiche a mosaico con macchia e/o saliceti pionieri

160

11,5

19

Saliceti pionieri a mosaico con macchia a con formazioni ripariali arboree

22

1,6

 

 

Corsi d’acqua con, a tratti, vegetazione acquatica e/o elofitica (1)

Canneti del Phragmitetum communis Schmale 1939 (Tab. 5 );

Le comunità elofitiche di grande taglia che si riscontrano nel torrente Trasubbie danno vita al canneto o fragmiteto a cannuccia di palude (Phragmites australis) e sono attribuibili al Phragmitetum communis Schmale 1939. Il fragmiteto

 è molto poco frequente lungo il torrente ed è rappresentato da piccoli lembi, di superficie intorno ai 10mq. Risulta diffuso nell’ambito di depressioni laterali umide che possono essere anche completamente asciutte in estate; queste risultano localizzate nelle zone a valle, dove avviene una maggiore sedimentazione per opera della bassa profondità e velocità dell’acqua. Tale comunità è diffusa nei suoli limoso-argillosi, che possono presentarsi anche asciutti, ma dove l’umidità è garantita periodicamente dalle piene ordinarie che accumulano, tra l’altro, una spessa coltre di materiale morto, costituito soprattutto dalla stessa cannuccia. Di norma tende a formare densi popolamenti paucispecifici, in quanto sono molto poche le entità che riescono a competere con la canna; solo dove la densità di Phragmites australis risulta minore aumenta la diversità floristica. Difficilmente la specie si trova al di fuori delle stazioni indagate le quali, pur essendo limitate, ci indicano un processo di interramento che si accentua nei mesi più caldi e che interessa i canali secondari in via di essiccamento, preparandoli per la colonizzazione delle specie pioniere di praterie e boschi ripariali (Scoppola, 1998; Baldoni & Biondi, 1993). La scarsa diffusione del canneto nel torrente, ci permette di escludere tutta una serie di problematiche connesse all’espansione di Phragmites australis (banalizzazione di flora e vegetazione e l’invasione di nuovi spazi) che sta interessando molte delle zone umide italiane. I fattori che sfavoriscono la colonizzazione della cannuccia sono collegati alle particolari caratteristiche geomorfologiche e pedologiche dell’alveo, all’accentuato carattere torrentizio e alla scarsa pressione antropica. Il fragmiteto trova invece il suo optimum nei laghi e fiumi e in particolare tende a colonizzare le aree interessate dal rimaneggiamento antropico.

 

Aspetti ad elofite riferibili al Nasturtietum officinalis Seibert 1962 (Tab. 6);

Molto scarse risultano le cenosi a prevalenza di elofite legate ad acque poco profonde. Si rinvengono rare e localizzate comunità erbacee a emicriptofite quali Nasturtium officinalis, Veronica anagallis-aquatica, Agrostis stolonifera e Mentha aquatica, che colonizzano i ristagni d’acqua poco profondi dei canali laterali e la riva delle anse dell’alveo fluviale principale, dove l’acqua è debolmente fluente. Nasturtium officinalis tende a manifestarsi nella forma parzialmente emersa che si addice alla bassa profondità e scarsa velocità dell’acqua. Questi consorzi, occupano la zona di transizione tra sedimenti argilloso-limosi e l’area sommersa che generalmente si asciuga quasi completamente durante il periodo estivo. Sulla base del corteggio floristico, nonché delle caratteristiche ecologiche delle stazioni (acque correnti fresche, oligotrofiche e poco profonde), è possibile riferire questa cenosi, anche se è presente in modo frammentario ed estremamente localizzato lungo il torrente Trasubbie in località Porcareccia, al Nasturtietum officinalis. Tale comunità viene riconosciuta sia come associazione, sia come variante dell’associazione Helosciadetum nodiflori Br. Bl. 1931, ma in quest’ultimo caso, la specie dominante (Apium = Helosciadium), è subordinata fisionomicamente a Nasturtium officinale (Corbetta et al., 1998).

 

Comunità igrofile del Nanocyperion W. Koch 1926 (Tab. 7);

In alcuni tratti delle rive fangose, compresa l’area dove si rinviene il Nasturtietum officinalis, si rileva, in modo frammentario e a mosaico con le emicriptofite, una cenosi poco differenziata e poco rappresentata nel torrente. Vi dominano geofite e terofite quali Juncus articulatus, J. bufonius e Cyperus fuscus, specie pioniere di suoli umidi e poveri in nutrienti, che vanno a costituire fitocenosi rade e paucispecifiche. Si rinvengono anche alcune idrofite come Alisma plantago-aquatica e alghe superiori del genere Chara sp. pl. (non rilevate), che tuttavia non vanno a costituire comunità idrofitiche tipiche di ambiente fluviale. Queste comunità sono inquadrabili solo a livello di alleanza e vengono riferite al Nanocyperion, le cui fitocenosi sono rinvenute in molte altre zone umide dell’Italia centrale (Scoppola et al., 1990; Pirone, 1991; Biondi & Baldoni, 1994b; Scoppola, 1998; Venanzoni & Gigante, 2000; Landi et al., 2002). In particolare il ril. 2, corrisponde all’aggruppamento a Juncus bufonius e Cyperus fuscus rinvenuto da Scoppola (1998) nell’alveo del fiume Paglia.

 

Vegetazione erbacea del letto fluviale e dei terrazzi alluvionali recenti (2)

Pratelli terofitici dello Scorpiuro muricati-Melilotetum neapolitani ass. nova (Tab. 8);

I substrati incoerenti, formati essenzialmente da sabbie medio-fini, permettono lo sviluppo di formazioni terofitiche per oltre l’80%, a prevalente copertura di Melilotus neapolitana e ricche in Fabaceae. Si tratta di pratelli a forte determinismo edafico, in mosaico con gli aspetti perenni pionieri, legati a microambienti sabbiosi aridi; rappresentano aspetti estivi effimeri non osservabili nelle altre stagioni, in genere poveri di specie. Data l’originalità e la ripetitività della combinazione specifica in corrispondenza di un range di condizioni ambientali peculiari e definite (isolotti fluviali o greto sommerso dalle piene ordinarie con substrato incoerente, ricco di sabbie e con forte potere drenante, xerico, con apporto di nitrati dovuto alle piene), si ritiene di inquadrare questi pratelli in una nuova associazione che denominiamo Scorpiuro muricati-Melilotetum neapolitani ass. nova (ril. Tipo n. 4). La combinazione caratteristica comprende specie a temperamento termofilo e subnitrofilo quali Melilotus neapolitana, Anagallis arvensis, Scorpiurus muricatus e Sonchus asper, quest’ultima ruderale e caratteristica di Stellarietea mediae; la presenza di alcune specie del Trachynion distachyae sottolinea il collegamento sindinamico con pratelli a maggior naturalità. Per quanto riguarda l’inquadramento sintassonomico le maggiori affinità floristiche, ecologiche e sindinamiche sono con i Brometalia rubenti-tectorum. A livello di alleanza riteniamo di collocare provvisoriamente la nuova associazione all’interno dell’Echio-Galactition, trovandosi nella zonalità climatica per questo syntaxon, nonostante in genere includa cenosi a maggiore biomassa e floristicamente più ricche nonostante le scarse affinità a livello di specie.

 

Cenosi tardo-estive del Polygono lapathifolii-Xanthietum italici Pirola & Rossetti 1974 (Tab. 9);

In alcuni tratti del torrente, dove il greto è lasciato scoperto dal ritirarsi delle acque nei periodi di magra, su un substrato di tipo sabbioso-ciottoloso asciutto, si sviluppa una vegetazione stagionale tardo-estiva di tipo terofitico, interpretata come un aspetto impoverito dell’associazione Polygono-Xanthietum italici, in cui si nota una forte presenza di specie egressive dell’Artemisietea vulgaris. Tra le specie dominanti vi sono Xanthium italicum, Polygonum lapathifolium e Inula viscosa. Tale associazione è riscontrata in molti ambienti fluviali dell’Italia centro-settentrionale (Pirola & Rossetti, 1974; Pirone, 1991; Biondi & Baldoni, 1994b; Corbetta & Zanotti Censoni, 1997; Scoppola, 1998; Landi et al., 2002); nel SIR risulta presente limitatamente a piccoli lembi sabbiosi grazie al complesso di fattori fisici determinati dal regime torrentizio, che generano il rimaneggiamento del greto rendendo l’habitat piuttosto estremo. Meno evidente è invece l’altro fattore ambientale che caratterizza l’habitat tipico di questa associazione, rappresentato dal complesso di azioni del disturbo antropico quali rimaneggiamenti del greto, scarichi di rifiuti solidi e di liquami, presenza umana frequente; l'insieme di questi fattori probabilmente contribuisce alla scarsa diffusione della fitocenosi nel SIR.

 

Aggr. ad Inula viscosa e Daucus carota (Tab. 10);

Nei tratti del SIR dove l’alveo è più largo si formano ampi depositi di matrice ciottoloso-sabbiosa che costituiscono un terrazzo appena superiore al livello di magra. Questo primo terrazzo è soggetto alle periodiche esondazioni e quindi a continui rimaneggiamenti nel periodo di morbida. Vi si insedia una vegetazione erbacea pioniera emicriptofitica di suoli incoerenti e freschi in cui domina Inula viscosa insieme a molte entità dell’Agropyretalia intermedii-repentis e  dell’Artemisietea vulgaris. L’arricchimento in sostanza organica del suolo e la vicinanza con aree destinate a pascolo, favorisce l’invasione di specie legate ai coltivi, spesso degli Stellarietea mediae, come: Papaver rhoeas, Vicia sativa subsp. sativa, Avena sp. pl. e Trifolium sp. pl..

L’assenza di una propria differenziazione floristica e le numerose differenze floristiche con le comunità a ecologia simile fino ad oggi conosciute in Italia non ne permettono l’inquadramento in nessuna associazione nota. Infatti tale formazione, pur insediandosi in ambienti simili, presenta un carattere più mediterraneo rispetto alle fitocenosi inquadrate nel Lotus tenuis-Agropyretum repentis per i fiumi Taro e Stirone (Biondi et al., 1997, 1999); ciò è evidenziato dalla dominanza di Inula viscosa, specie eumediterranea che concorre a differenziare le formazioni dell’Italia centrale da quelle analoghe dei territori  con bioclima temperato (Biondi & Allegrezza, 1996) e da entità più xerofile quali: Santolina etrusca, Helichrysum italicum e Scrophularia canina. Non maggiori sono le affinità con aspetti post-colturali rilevati nelle Marche a dominanza di Agropyron repens, ma fortemente invasi da Inula viscosa, che sono stati attribuiti da Biondi & Allegrezza (1996) al Senecio erucifolii-Inuletum viscosae. Per quanto concerne le fitocenosi con Inula viscosa rinvenute nei torrenti della Sicilia (Brullo & Spampinato, 1990), numerose sono le similarità ecologiche, minori quelle floristiche.

A livello di alleanza tale cenosi non può essere riferita al Bromo-Oryzopsion miliaceae O. Bolòs, perchè questo syntaxon comprende le formazioni erbacee di ambienti sinantropici e di tipo subnitrofilo, caratterizzate da un bioclima più spicatamente mediterraneo ovvero compreso tra il termo ed il mesomediterraneo (Brullo et al., 2001). Si ritiene invece possibile l’inquadramento nell’Inulo viscosae-Agropyrion, alleanza descritta da Biondi & Allegrezza (1996) per l’Italia centrale come vicariante submediterranea del Convolvulo-Agropyrion repentis dei territori con bioclima francamente temperato.

In Tab. 10 è presente un rilievo riferibile agli Agropyretalia intermedii-repentis ma inquadrabile solo a livello di ordine vista la forte sovrapposizione con le cenosi terofitiche subnitrofile dei Brometalia rubenti-tectorum.

Anche in Tab. 11 sono presenti aspetti riferibili con buona probabilità agli Agropyretalia intermedii-repentis; si tratta di cenosi a dominanza di Coleostephus myconis, una composita di grosse dimensioni ma con habitus terofitico, caratteristica dei pratelli acidofili del Tuberarion guttatae (Brullo et al., 1998), che in Liguria va a costituire insieme a Mycropyrum tenellum pratelli inquadrabili in questa alleanza (Nowak, 1997). Frequenti sono le specie di Agropyretalia e Artemisietea, anche se la buona presenza di entità terofitiche indica lo stretto mosaico tra queste fitocenosi; Tab. 11 evidenzia fortemente la situazione di transizione tra aspetti vegetazionali diversi e l’eterogeneità vegetazionale frutto di un frequente disturbo da piene.

 

Arbusteti e boscaglie a salici dell’alveo fluviale, disturbato dalle piene ordinarie (3)

Salicetum elaeagni Hag. 1916 ex Jenik 1955 (Tab. 12);

Sui cordoni ghiaioso-sabbiosi ricoperti in gran parte da ciottoli, che dividono i numerosi canali e che più frequentemente vanno a costituire le sponde dei terrazzi e delle isole fluviali, sopraelevati da 0,2 a 1m rispetto all’acqua corrente, si sviluppa, favorita dall’elevato grado di umidità del terreno, una vegetazione arbustiva pioniera a dominanza di Salix elaeagnos e Populus nigra; Salix purpurea è invece sporadico, anche se localmente (ril. 2 e 3), può raggiungere coperture elevate. Tale cenosi costituisce una fascia talora continua, soprattutto dove si deposita una maggiore quantità di materiale grossolano, e rappresenta la prima fascia di vegetazione legnosa ripariale. Il saliceto arbustivo è molto diffuso in gran parte del SIR, in corrispondenza di tutte le situazioni dove l’alveo fluviale è ampio; scompare completamente o si riduce ad una sottile fascia ai margini del letto fluviale di magra nelle zone con alveo stretto e/o incassato come il tratto iniziale del Trasubbie e Trasubbino. Lo strato arbustivo è costituito, oltre che dai salici, da entità quali Rubus ulmifolius, Coronilla emerus, Cornus sanguinea, Prunus spinosa e Rosa sp. pl., che indicano contatti catenali con gli stadi di sostituzione (mantello) del bosco attiguo.  La vegetazione erbacea, ricca di specie e in particolare di emicriptofite, è dominata da  Brachypodium sylvaticum; inoltre come rilevato anche da Pirone (2000) sul Gran Sasso e sui Monti della Laga, sono presenti specie caratteristiche quali Geranium robertianum e Saponaria officinalis. Il corteggio floristico è molto ricco ed eterogeneo; vi sono entità provenienti sia dalle cenosi dei greti in contatto catenale, erbacee (Helichrysum italicum, Inula viscosa, Phragmites australis ecc.) e legnose (Clematis flammula, Prunus spinosa, Quercus pubescens ecc.), che dagli ambienti ruderali e/o coltivati circostanti (Dactylis glomerata, Daucus carota, Vicia cracca ecc.). Ciò risulta in accordo con quanto riportato da Pignatti (1998) per i saliceti pionieri a Salix elaeagnos e S. purpurea diffusi fuori dell’arco alpino. Essi presentano le seguenti caratteristiche: un manto erbaceo più o meno continuo (che di solito nei fiumi alpini manca a causa del movimento di acque e massi) e, pur trattandosi di cenosi azonali, la presenza di molte specie igrofile submediterranee invece di quelle alpiche (Pedrotti & Gafta, 1996); un suolo con componente non solo sabbiosa, ma anche argillosa (Pignatti, 1998). Queste comunità, vengono riferite all’associazione Salicetum elaeagni (Salicion elaeagni), che comprende i saliceti arbustivi dei greti dei torrenti, dove la falda freatica è sempre vicina alla superficie e dove i salici, per gran parte dell’anno, sono sommersi delle piene ordinarie e sottoposti all’urto dei massi spostati dalla corrente. Nell'ambito di queste boscaglie riparali non sono ancora del tutto chiare le cause che portano alla prevalenza di un salice invece dell’altro ma, probabilmente, il Salicetum elaeagni è legato a quote più elevate o comunque a un clima più temperato; per questo motivo risulta diffuso soprattutto nei torrenti alpini e montani (Pignatti, 1998; Pirone, 2000).  Tale associazione, indicata da Pignatti (1998) come distribuita nell’area alpina e vicariata in quella appenninica dal  Saponario officinalis-Salicetum purpureae (Br.-Bl. 1930) Tchou 1946, è invece segnalata più volte anche per l’area appenninica (Biondi et al., 1997, 1999; Scoppola, 1998). Anche Pedrotti & Gafta (1996) la indicano con areale vasto a coprire gran parte dell’Italia peninsulare dove è sempre indicata Sub. Saponario officinalis-Salicetum purpureae, per il quale mostra notevoli affinità l’aggruppamento a Salix purpurea di Tab. 13, che comunque risulta impoverito delle specie caratteristiche di associazione. La successione si stabilisce raramente e soltanto quando si creano delle condizioni particolari, legate ad esempio all’interruzione di un canale; in tal caso, si ha il passaggio all’Alnion incanae o al querceto a caducifoglie.

 

Boschi  igrofili ripariali dei terrazzi più esterni a prevalenza di salici e pioppi (4)

Salici albae-Populetum nigrae (Tx. 1931) Meyer-Drees 1936 (Tab. 14);

All’esterno della fascia arbustiva costituita dal Salicetum elaeagni, è possibile riscontrare, nella zona a valle del torrente Trasubbie, alcuni lembi di vegetazione forestale con andamento più o meno lineare a dominanza di Populus nigra. Questa cenosi si rinviene in terrazzi sopraelevati e situati in prossimità dei canali laterali i quali, grazie alle variazioni del livello di falda, mantengono il suolo sufficientemente umido anche nel periodo più siccitoso. Il substrato è di tipo sabbioso-limoso e parzialmente ricoperto da lettiera e ramaglia. Lo strato arbustivo è costituito soltanto da piante sparse di Salix elaeagnos, mentre lo strato erbaceo è ben rappresentato e costituito prevalentemente da emicriptofite quali Brachypodium sylvaticum e Holcus lanatus. Tali consorzi, anche se poco rappresentati nei torrenti in esame e rilevati con assenza di Salix alba, sono probabilmente lembi riferibili all’associazione Salici albae-Populetum nigrae, tipica di terrazzi recenti su substrato calcareo dell’Europa centrale e rinvenuta in Emilia Romagna da Biondi et al. (1999).

Aspetti di transizione, esempio del mosaico frequente nei greti del SIR, sono presenti lungo il Torrente Trasubbie nella zona a valle. Si tratta di cenosi con strato arboreo a copertura non continua rappresentato essenzialmente da Populus nigra e forte penetrazione di entità termofile quali Phillyrea latifolia e Rosa sempervirens, tipiche degli arbusteti edafo-xerofili descritti di seguito (Aggr. a Phillyrea latifolia); un esempio è il seguente rilievo effettuato in località Porcareccia (65 m s.l.m., Cop. totale 100%, Cop. arborea 60%, Cop. arbustiva 90%, Cop. erbacea 30%, Altezza strato arboreo 30 m): Populus nigra (4), Phillyrea latifolia (4), Hedera helix (2), Rosa sempervirens (1), Smilax aspera (+), Cornus sanguinea (1), Acer campestre (+), Clematis vitalba (+), Fraxinus ornus (+), Rubus ulmifolius (1), Ligustrum vulgare (1), Osyris alba (+), Agrostis stolonifera (1).

 

Boschetti igrofili a Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa (Aggr. a Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa) (Tab. 15);

Sulle sponde dell’alveo fluviale, in terrazzi più stabili, sopraelevati fino a 1m e distanti anche 130m dall’acqua corrente, si rinviene un bosco alto 15m, dominato da frassino ossifillo o meridionale (Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa). Queste formazioni forestali sono poco diffuse nel Trasubbie e si estendono su superfici limitate (comprese tra 20 e 60mq), su suoli limoso-sabbiosi non interessati dalle piene ordinarie; tali ambienti sono favorevoli per il frassino ossifillo che, di norma, rifugge i lunghi ristagni d’acqua. Il bosco è denso e ricco in specie arboree; infatti si rinvengono, oltre al frassino che è dominante, anche Ulmus minor, Acer campestre, Salix alba e Quercus ilex.  Pedrotti & Gafta (1996) indicano come frequenti per questi boschi specie quali Ligustrum vulgare, Crataegus monogyna, Rosa sempervirens, Vitis vinifera subsp. sylvestris, Hedera helix e Brachypodium sylvaticum, ben rappresentate nei ril. 1 e 2 di Tab. 15. Notevoli sono le affinità ecologiche e anche floristiche con il Carici remotae–Fraxinetum oxycarpae segnalato per la Tenuta di San Rossore (Gellini et al., 1986) e per la Maremma (Pignatti, 1998). Tuttavia, l’assenza di specie erbacee più igrofile come le caratteristiche Carex remota e Carex pendula e l’invasione di arbusteti dei Prunetalia spinosae e di erbacee sinantropiche, testimoniano condizioni di suolo più secco e drenato e, a nostro avviso, non consentono di attribuire tale associazione. Cenosi a dominanza di Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa non inquadrate nel Carici remotae–Fraxinetum oxycarpae sono state rinvenute da Scoppola (1998) presso Monte Rufeno (Vt); esse vengono riferite al Fraxino angustifoliae - Ulmenion minoris (Populion albae), a cui riteniamo di far afferire anche i frassineti del Trasubbie. Nel ril. 3, che riferiamo sempre alla stessa suballeanza, il frassino è subordinato all’olmo che domina anche sulle altre specie arboreo-arbustive come Rubus ulmifolius, Ficus carica e Salix elaeagnos, quest’ultimo con coperture elevate; si nota inoltre una riduzione della componente erbacea; probabilmente si tratta di un aspetto di transizione verso il Salicetum elaeagni. Da segnalare anche la forte penetrazione di specie arbustive come Rubus ulmifolius, Prunus spinosa, Rosa sp. pl. e di liane quali Tamus communis e Hedera helix, che spesso risultano diffuse nei frassineti (Pignatti, 1998).

Le comunità a frassino ossifillo rivestono un ruolo importante dal punto di vista naturalistico, poiché un tempo erano alquanto diffuse ma oggi sono divenute rare e meritevoli di conservazione in Italia.

                                       

Boschetti igrofili ad Alnus glutinosa  (Aggr. ad Alnus glutinosa) (Tab. 16);

Difficilmente si rinvengono boschi a Ontano nero (Alnus glutinosa); solo nel torrente Trasubbino è stata rilevata una superficie irregolare di circa 100mq occupata da un gruppo di ontani. Si tratta di una stazione depressa e umida, con substrato  consolidato, ricoperto da una spessa lettiera e ramaglia, dove va a costituire la prima formazione arborea presente sulla sponda del fiume direttamente a ridosso dell’acqua, forse per la scomparsa di alcuni terreni della zonazione a seguito della modificazione per erosione del tracciato dell’alveo fluviale. Questo bosco, alto fino a 25m, presenta uno strato arboreo fitto e dominato da Alnus glutinosa; lo strato arbustivo è invece dominato da Rubus ulmifolius, specie nitrofila il cui sviluppo è favorito dalla presenza dell’ontano che ha la proprietà di fissare l’azoto atmosferico (Arrigoni, 1997); si rinvengono inoltre altre specie arbustive quali Cornus sanguinea, Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa, Acer obtusatum, Corylus avellana e Sambucus nigra. Lo strato erbaceo è poco rappresentato e questo concorda col fatto che le ontanete riparali, anche secondo Pedrotti e Gafta (1996), tendono ad essere dense e con scarsa vegetazione sottostante. L’elenco delle entità erbacee è abbastanza eterogeneo e comprende sia specie nemorali come Brachypodium silvatycum, Scutellaria columnae e Hedera helix, sia entità igrofile come Phragmites australis ed Eupatorium cannabinum,  riconducibili al carattere più fresco della stazione. Come rinvenuto anche da Mondino & Bernetti (1998), si tratta probabilmente di piccoli popolamenti riparali di transizione. In queste fitocenosi  l’acqua filtra attraverso il terreno mantenendo buone le condizioni di ricambio e ossigenazione, pertanto differiscono dai boschi paludosi asfittici ad Ontano nero presenti nella Pianura Padana e nelle valli delle Alpi, che appartengono alla classe Alnetea glutinosae (Pignatti, 1998; Pedrotti & Gafta, 1996). A nostro avviso, queste cenosi, pur presentando molte affinità con il Populion albae, presentano un corteggio floristico che ne permette l’inquadramento nell'Alnion incanae, mentre, pur trovandosi nell’areale dell’Aro italici-Alnetum glutinosae, tipologia di ontaneta molto diffusa nella penisola (Scoppola, 1998) non è possibile attribuirle a questa né a nessuna associazione nota per la mancanza di specie caratteristiche.

 

Garighe e praterie xerofile dei terrazzi alluvionali (5)

Garighe mature del Santolino etruscae-Saturejetum montanae micromerietosum graecae (Tab. 17);

Tab. 17 raccoglie comunità camefitiche con distribuzione limitata a terrazzi di matrice ciottoloso-sabbiosa, notevolmente stabilizzati, altamente permeabili e disturbati dalle piene solo raramente; dal punto di vista fisionomico-strutturale dominano specie della famiglia delle Asteraceae, formando dei pulvini glauco-cinerini che risultano estremamente evidenti soprattutto nel periodo estivo per la vistosa fioritura. La loro composizione specifica le fa afferire al Santolino etruscae-Saturejetum montanae, associazione descritta per i greti fluviali della fascia collinare di Toscana meridionale e Lazio settentrionale, a forte determinismo edafico ed in stretta relazione con i caratteri geomorfologici ed idrologici della stazione (Scoppola & Angiolini 1997, a, b).

L’associazione risulta differenziata e caratterizzata da un gruppo di specie, Satureja montana, Santolina etrusca, Astragalus monspessulanum e Melilotus neapolitana, che ne evidenziano la fisionomia camefitica, il legame con i substrati alluvionali ciottoloso-sabbiosi ed il carattere xerico della stazione. Da notare che in questi ambienti Satureja montana occupa alcune tra le stazioni eterotopiche più interessanti della Toscana: non compare infatti nelle garighe circostanti più schiettamente eumediterranee (De Dominicis et al., 1988, 1992; Chiarucci et al., 1995; ecc.).  Inoltre in queste garighe risulta rilevante la presenza di cuscini di Euphorbia spinosa, specie xerofila che a tratti diviene una delle entità strutturalmente dominanti (ril. 14).

Inizialmente il Santolino-Saturejetum venne temporaneamente collocato nello Xerobromion (Festuco-Brometea) per la presenza di Bromus erectus e di un buon contingente di specie delle praterie meso-xerofile centro-europee. Allargando le indagini a settori subcostieri ed in base alle proposte più recenti in campo sintassonomico (Allegrezza et al., 1997) si è ritenuto opportuno spostare tali garighe nei Rosmarinetalia, anche se come aspetto marginale e vicino al limite orientale della classe; in quest’ambito l’unica possibile alleanza di riferimento risulta (Scoppola & Angiolini 1997b) l’Artemisio albae-Saturejion montanae, descritto da Allegrezza et al. (1997) per i substrati carbonatici della fascia collinare e submontana dei territori appenninici, con optimum nel macroclima temperato-submediterraneo.

I rilievi qui considerati afferiscono alla sottoassociazione subcostiera micromerietosum graecae del Santolino-Saturejetum, differenziata da Cistus creticus ssp. eriocephalus, Ampelodesmos mauritanicus e Micromeria graeca e caratterizzata da un generale incremento della componente stenomediterranea e da una riduzione del contingente delle europee; molto scarsi sono infatti i contatti con il mondo dei Festuco-Brometea (Scoppola & Angiolini, 1997b). I rilievi 1-7 rappresentano l’aspetto più tipico della gariga con camefite calcicole strettamente eu-mediterranee accompagnate da pulvini di piccola taglia come Teucrium montanum, T. polium, Fumana procumbens, Ononis pusilla. Questo aspetto di gariga, in particolar modo in corrispondenza del ril. 6, risente del contatto con le cenosi limitrofe, pur essendo ancora ben caratterizzato dalla presenza delle specie dell’associazione che ne mantengono invariata la fisionomia; si può dunque individuare una variante a carattere più marcatamente xerofilo differenziata da Fumana procumbens insieme a molte specie dei Rosmarinetalia.

I rilievi 8-17 rappresentano aspetti meno tipici ma sicuramente largamente diffusi nell’area con diminuzione di copertura di Satureja montana e delle specie legate a garighe più mature dei Rosmarinetalia. Diventano alternativamente dominanti taxa che evidenziano l’instabilità del substrato e il disturbo da piene; si tratta di Helichrysum italicum e S. etrusca, specie ad ampia valenza ecologica che partecipano anche ad altri contesti vegetazionali e che, grazie alla loro forma cespitosa ed al buon ancoraggio radicale, sono in grado di resistere sia al periodo delle inondazioni, che si verificano prevalentemente nella stagione autunnale e in quella primaverile, sia all’aridità estiva. La particolare situazione ecologica di questi ambienti è evidenziata dalla grande eterogeneità floristica delle formazioni vegetali presenti; il rimaneggiamento dovuto alle piene genera numerosi contatti con le formazioni post-colturali mentre, in porzioni anche contigue alle precedenti, un minor disturbo permette l’ingressione di specie della macchia a cisto e di arbusti legati a stadi dinamici più maturi.

 

Garighe pioniere del Santolino-Saturejetum santolinetosum etruscae (Tab. 18);

I rilievi riportati in Tab. 18 rappresentano comunità che mantengono un carattere permanentemente pioniero perché le piene e la continua deposizione di nuovi materiali blocca la naturale evoluzione sia del suolo che della vegetazione. Per la chiara caratterizzazione ecologica e floristica questi rilievi vengono fatti afferire alla subass. santolinetosum etruscae del Santolino-Saturejetum descritta da Angiolini et al. (1998), legata prevalentemente ai corsi d’acqua della Toscana meridionale a letto molto ampio, dove risulta la tipologia più diffusa. Si tratta di un aspetto pioniero del Santolino-Saturejetum, povero nelle specie caratteristiche dell’associazione e generalmente in entità dei Rosmarinetalia legate alle alluvioni stabilizzate. L’instabilità dell’habitat favorisce invece la frequenza di Inula viscosa che riflette le caratteristiche di mobilità e rimaneggiamento del substrato e che, pur irradiandosi in bordi stradali e incolti umidi, risulta avere negli ambienti di greto il suo habitat primario (Brullo & Spampinato, 1990). Ad essa si aggiungono Clematis vitalba, Chondrilla juncea e Scrophularia canina, che sono considerate specie differenziali di questa subassociazione; C. vitalba in particolare è qui presente con habitus prostrato ed è indicatrice di un certo grado di alterazione del substrato e di disturbo frequente. E’ caratterizzante anche la presenza di un contingente di entità degli Agropyretalia repentis provenienti dagli incolti circostanti quali Foeniculum vulgare, Lolium multiflorum, Daucus carota, Plantago lanceolata e Agropyron repens; da notare poi la forte eterogeneità floristica delle cenosi qui raccolte, indicatrice dell’elevata instabilità di questi habitat. Il frequente rimaneggiamento dovuto alle piene è anche associato con l’insediamento periodico di entità igrofile e pioniere quali Xantium italicum, Equisetum ramosissimum, giovani individui di Salix elaeagnos e Populus nigra riferibili a cenosi dei Bidentetalia tripartitae, Salicetalia purpureae e legate a terrazzi di scarso spessore. La subassociazione santolinetosum etruscae ha inoltre almeno altre due varianti, tipiche, rispettivamente, di stazioni collinari e subcostiere (Angiolini et al., 1998). I ril. 1 e 8 sono un esempio della variante subcostiera come indicato dal buon numero di entità mediterranee ed in particolar modo da Ampelodesmus mauritanicus e Verbascum sinuatum. Il ril. 8, in particolare, rappresenta un aspetto a dominanza di Helichrysum italicum molto impoverito in entità dell’associazione, probabilmente ancora più pioniero, simile a quelli rinvenuti nei greti dell’Italia meridionale da Brullo & Spampinato (1990).

Poiché queste garighe non hanno un’originalità floristica rispetto a quelle più mature delle alluvioni compatte e rientrano nella fascia bioclimatica mediterraneo-collinare, non è stato ritenuto opportuno spostarle dai Rosmarinetalia agli Helichryso-Santolinetalia (Pegano-Salsoletea), che raccolgono comunità subnitrofile in collegamento dinamico con il querceto sempreverde, a dominanza di camefite, in particolare composite dei generi Artemisia, Santolina, Helichrysum.

 

Pratelli terofitici dei Brometalia rubenti-tectorum (Aggr. ad Aegilops geniculata (Tab. 19) e Aggr. a Trisetaria panicea (Tab. 20));

Vegetazione a prevalente copertura di Poaceae di piccola e media taglia, prevalentemente a carattere subnitrofilo e fenologia primaverile, che si sviluppa a mosaico con la gariga e l’ampelodesmeto. Si insedia su suoli sabbiosi superficiali, eutrofi, un po’ alterati da fattori antropici, data la frammentarietà dell’habitat  e l’ubicazione del greto spesso in contatto con campi di cereali, incolti saltuariamente pascolati, aree ruderali o scarpate stradali. L’apporto di sostanza organica è scarso ed i suoli non sono compattati dall’eventuale pascolamento che, al contrario, favorirebbe l’ingressione di emicriptofite dei Poetea bulbosae.

 

Vegetazione fisionomicamente dominata da Aegilops geniculata, specie legata a pascoli a mosaico con le garighe dei Cisto-Micromerietalia. Si tratta di una cenosi di aspetto graminoide con entità dei generi Aegilops e Brachypodium che in Spagna viene riferita da Izco (1978) al Taeniathero-Aegilopion (Brachypodietalia rubenti-tectorum), alleanza ad elevata ampiezza ecologica e climatica diffusa nella Meseta centrale e che secondo Izco (1978) potrebbe lambire la costa occidentale italiana in corrispondenza di stazioni ad elevata xericità edafica arrivando in Toscana. Questo autore riporta infatti per il Parco della Maremma un rilievo  affine a quello di Tab. 19, che attribuisce con qualche dubbio al Taeniathero-Aegilopion piuttosto che all’Echio-Galactition. Tesi opposta è quella seguita da Scoppola (1998) che, pur notando l’elevata xerofilia e le affinità corologiche dell’ Hypochoerido-Stipetum capensis descritto per i travertini del viterbese con il Taeniathero-Aegilopion, preferisce inserire provvisoriamente la nuova associazione nell’Echio-Galactition, vista la carenza di letteratura per il territorio italiano e le scarse affinità floristiche riscontrate con le cenosi iberiche; ad essa facciamo riferimento.

Il rilievo qui presentato, mostra alcune affinità floristiche (per es. dominanza di Aegilops geniculata e presenza di A. triuncialis) e strutturali per il Medicago rigidulae-Aegilopetum geniculatae segnalato da Rivas & Izco (1977) per la Spagna su suoli eutrofi e ricchi in basi, anche se non si ritiene di non poterlo riferire a questa associazione.

 

Un pratello abbastanza omogeneo, ma con copertura non continua, si sviluppa su suoli ricchi in ciottoli e compattati; vi domina Trisetaria panicea, accompagnata da un buon numero di specie degli Stellarietea. Il contingente piuttosto ricco di terofite degli Helianthemetea testimonia che siamo in presenza di pratelli a maggior carattere di naturalità rispetto all’aggr. ad Aegilops geniculata, anche se ancora riferibili ai Brometalia rubenti-tectorum. La presenza di entità dei Poetea bulbosae quali Arenaria leptoclados, Spergularia rubra e Trisetaria aurea è indicatrice di suoli clastici e superficiali ma compatti. Anche in questo caso è possibile, vista la scarsezza dei dati, solo un inquadramento a livello di ordine.

 

Praterie steppiche dei terrazzi alluvionali ad Ampelodesmos mauritanicus (6)

Praterie steppiche del Coronillo-Ampelodesmetum mauritanici Biondi 1986 (Tab. 21)

Si tratta di cenosi rilevate sui terrazzi esterni, distanti dal livello di magra anche 80 metri e sopraelevati rispetto ad esso fino a 2 metri, disturbati solo da piene eccezionali, dove assume un ruolo fisionomicamente dominante Ampelodesmos mauritanicus, una grossa graminacea cespitosa che in Toscana è presente essenzialmente lungo le coste, anche se riesce a penetrare in stazioni più interne (Val d’Orcia, basse pendici dell’Amiata e Val di Farma) in corrispondenza di situazioni ad elevata xericità climatica e/o edafica (Mariotti, 1990). A. mauritanicus ha un areale mediterraneo-occidentale, predilige i litosuoli ed i suoli ad elevata componente argillosa ed è maggiormente diffusa sui substrati di tipo calcareo o calcareo-marnoso; ha buonissime capacità pioniere in nicchie con poco terriccio, ambienti semirupestri e aree soggette a incendi, ma scompare quasi del tutto in corrispondenza di suoli incoerenti e a elevato contenuto in ghiaia (Minissale, 1993; Pignatti et al., 1961). dà vita a comunità note con il nome di “ampelodesmeti”, in cui rappresenta la specie dominante. Quelle qui indagate presentano una fisionomia e una combinazione specifica costanti, e sono costituite essenzialmente da emicriptofite ed arbusti; insieme ad Ampelodesmos, hanno buone coperture Cistus creticus subsp. eriocephalus e Spartium junceum. Negli aspetti più evoluti e strutturati assumono un peso piuttosto rilevante anche entità arbustive sempreverdi quali Pistacia lentiscus, Phillyrea latifolia, Asparagus acutifolius, il cui insediamento è facilitato dal notevole miglioramento delle condizioni edafiche; in queste stazioni infatti il ciottolame, pur affiorando ancora in alcuni punti, è in gran parte ricoperto da uno strato detritico-terroso di discreto spessore, anche se a granulometria grossolana e povero di humus. La componente camefitica residua dalle garighe dei terrazzi sottostanti con un ruolo strutturale decisamente subordinato negli aspetti più evoluti e con coperture maggiori in quelli di transizione (ril. 1-9); è costituita essenzialmente da Helichrysum italicum, Santolina etrusca e Satureja montana, mentre è costante la presenza di Micromeria graeca, specie legata a questo tipo di formazioni anche in altre parti del territorio italiano (Minissale, 1993; Filesi et al., 1994). I ril. 1 e 2, in particolare, rappresentano aspetti discontinui, impoveriti e regressivi, in contatto con la gariga dei terrazzi inferiori. Gli ampelodesmeti qui esaminati, in contatto seriale con i nuclei di macchia mediterranea del Pistacio-Rhamnetalia alaterni, rappresentano stadi evolutivi: Ampelodesmos invade progressivamente le garighe ed apre la strada alle essenze arbustive che a poco a poco trasformano la gariga in macchia bassa; tuttavia il ripetersi periodico, anche se raro, del disturbo da piene che impedisce l’evoluzione di suolo e vegetazione, rende queste formazioni piuttosto stabili e durevoli. Essi vicariano geograficamente le cenosi, con identico ruolo ecologico, a dominanza di Nerium oleander e Tamarix sp. pl. delle fiumare di Italia meridionale e Sicilia attribuite ai Nerio-Tamaricetea, syntaxon a distribuzione prettamente mediterranea (Brullo & Spampinato, 1990). I casi, non rari (cfr. ril. 10-12), in cui a contatto con l’ampelodesmeto si trovano salici testimoniano la precarietà di questo habitat e la complessità dei processi dinamici in atto.

Il sensibile aumento della copertura di A. mauritanicus, unito ad una netta riduzione di presenza e copertura delle camefite legate agli affioramenti ciottolosi tipiche dell’Artemisio-Saturejion e dei Rosmarinetalia (Satureja montana, Teucrium polium subsp. capitatum, Fumana thymifolia) e all’ingressione di arbusti tipici della macchia mediterranea, differenziano sostanzialmente queste formazioni dalle garighe del Santolino-Saturejetum. E’ invece possibile individuare una certa affinità strutturale ed ecologica per il Coronillo valentinae-Ampelodesmetum mauritanici, associazione descritta da Biondi (1986) per il promontorio calcareo del Monte Conero; essa raccoglie comunità del piano bioclimatico mesomediterraneo dominate da A. mauritanicus e con buona presenza di Spartium junceum e Coronilla valentina; si insedia sia su versanti acclivi soggetti a frequenti frane che impediscono l’insediamento della vegetazione forestale, sia su macereti parzialmente consolidati, dove le condizioni di maggior stabilità permettono alla cenosi di arricchirsi in elementi della macchia mediterranea (Allegrezza et al., 1997). Nel SIR indagato, anche gli aspetti migliori, come già individuato da Angiolini & De Dominicis (2001), mostrano comunque differenze floristiche legate sia alla discesa di elementi microtermi, quali Satureja montana ed elementi dei Brometalia, sia all’assenza di Coronilla valentina e di parte degli arbusti termofili dell’alleanza, rinvenuti comunque in ampelodesmeti del vicino Mt. Argentario da De Dominicis et al. (1985).

L’impoverimento floristico suggerisce di inquadrare gli ampelodesmeti delle Trasubbie come frammenti del Coronillo-Ampelodesmetum, che sembra esprimersi in modo più completo nel vicino Monte Argentario (Angiolini & De Dominicis, 2001). Per quanto riguarda l’inquadramento a livelli superiori, Allegrezza et al. (1997) attribuiscono il Coronillo-Ampelodesmetum all’Oleo-Ceratonion e noi accettiamo tale collocazione, poiché è in accordo con le caratteristiche strutturali e dinamiche degli aspetti indagati; comunque la collocazione delle comunità ad Ampelodesmos mauritanicus negli ordini superiori è molto controversa, soprattutto per motivi floristici (Minissale, 1993)

 

Arbusteti, siepi, macchie (7)

Arbusteti termo-xerofili  dell’Aggr. a Phillyrea latifolia (Tab. 22);

Fanno parte di questo gruppo le cenosi arbustive più termofile, a dominanza di sempreverdi, dense e di altezza variabile, che colonizzano i terrazzi esterni stabilizzati, ma talvolta anche i primi terrazzi con substrato incoerente. Sono largamente diffuse in gran parte dell’area di studio; le specie dominanti sono Pistacia lentiscus, Phillyrea latifolia, Rhamnus alaternus, Ampelodesmos mauritanicus, anche se si presentano in aspetti diversi in relazione alla natura del substrato e ad altezza e distanza rispetto all’acqua corrente. Dal punto di vista sindinamico queste cenosi rappresentano uno stadio spesso bloccato o ringiovanito dai fenomeni di piena, che ne rallentano o impediscono l’evoluzione verso comunità più mature.

Specie quali Spartium junceum, Juniperus communis, Rubus ulmifolius,  Crataegus monogyna sono elementi pionieri del mantello del querceto caducifoglio ed indicano la compenetrazione nelle aree indagate tra formazioni a determinismo edafico e climatico. Le specie arboree rilevate in alcuni degli arbusteti individuati (Quercus pubescens, Acer monspessulanum, Fraxinus ornus) sono interpretate come indicatrici degli stadi evolutivi di questa vegetazione verso un bosco xerofilo ma caducifoglio, a carattere edafoxerofilo (cfr. ril. 1-5), rispetto al quale rappresentano la fase preforestale.

Dal punto di vista sintassonomico gli arbusteti sclerofilli del SIR mostrano affinità per il Myrto-Lentiscetum (Molinier (1936) 1954 em. Bolos 1962) Rivas-Martinez 1975, associazione che inquadra comunità di macchia la cui componente specifica caratteristica presenta tuttavia un carattere maggiormente termofilo rispetto agli aspetti rilevati sulle Trasubbie; vi si rinvengono infatti specie come Myrtus communis, Prasium majus, Euphorbia dendroides, che ne restringono l’areale essenzialmente a stazioni costiere quali, per esempio, il Parco del Circeo (Blasi et al. 2002). Ancor più numerose sono le affinità con i mantelli termo-xerofili della lecceta rilevati da Scoppola (1998) presso Monte Rufeno e caratterizzati da Pistacia lentiscus, Phyllirea latifolia, Spartium junceum e da numerosi contatti con i mantelli del querceto caducifoglio; l’autrice inquadra tali aspetti solo a livello di ordine, nei Pistacio-Rhamnetalia alaterni e, in questa sede, riteniamo opportuno seguire la sua interpretazione anche per i dati del SIR.

Nel territorio esaminato viene messa poi in evidenza una variante a Salix elaeagnos, che esprime il contatto dinamico con le formazioni a salici arbustivi (ril. 10-15).

Un aspetto netto di transizione tra gli arbusteti sopra descritti e formazioni a carattere edafo-igrofilo è invece rappresentato dal seguente rilievo, effettuato in località Porcareccia (65 m s.l.m., Cop. totale 100%, Cop. arboreo 25, Cop. arbustivo 75%, Cop. erbaceo 60%): Cornus sanguinea (3), Hedera helix (3), Phillyrea latifolia (3), Rubus ulmifolius (3), Salix elaeagnos (2), Rubia peregrina (+), Smilax aspera  (+),Tamus communis (+), Coronilla emerus subsp. emerus  (+), Fraxinus ornus  (+),Brachypodium sylvaticum (1), Cruciata glabra  (+), Ostrya carpinifolia (1), Quercus ilex  (+), Asparagus acutifolius  (+), Arbutus unedo (1), Spartium junceum  (+), Arundo pliniana (+), Carex pendula (1), Ranunculus lanuginosus (+). Tale cenosi ha una buona copertura di Cornus sanguinea e di altre specie del Pruno-Rubion; mostra alcune affinità con il Lonicero etruscae-Cornetum sanguineae descritto recentemente per le Marche (Biondi et al., 2002c).

 

Cespuglieti del Pruno-Rubion ulmifolii O. de Bolos 1954 (Tab. 23);

Il mantello di sostituzione più mesofilo è stato rilevato lungo il torrente Trasubbino quasi in corrispondenza del punto in cui riceve il Torrente Senna. Risulta impostato su suolo colluviale e localizzato alla base di un versante lungo i margini di un fosso, a contatto con aspetti del Salicetum elaeagni; si tratta di un fruticeto ben sviluppato (altezza media 1,7m) a netta prevalenza di Rubus ulmifolius accompagnato da Rosa canina, Prunus spinosa e Clematis vitalba. La presenza di elementi quali Daucus carota, Bromus madritensis, Galactites tomentosa, Convolvulus arvensis ne evidenziano un certo livello di degrado. Tale cenosi può essere inquadrata solo a livello di alleanza e viene riferita al Pruno-Rubion ulmifolii, alleanza che raccoglie consorzi arbustivi termofili tipici di ambienti ad elevata umidità atmosferica ed edafica (Blasi et al., 2002).

 

Gli arbusteti a Paliurus spina-christi (Tab. 24);

Paliurus spina-christi è una specie a distribuzione sudest-europea, presente in tutta Italia escluse le isole maggiori (Pignatti, 1982). Insieme a Cercis siliquastrum, Pistacia terebinthus e Carpinus orientalis questo arbusto definisce la combinazione specifica caratteristica della boscaglia illirica tipica di settori costieri e subcostieri della penisola balcanica.

Entità ad elevata platicità ecologica, si rinviene sia in stazioni aride su suolo carbonatico che in aree pianeggianti e suoli con grande quantità di argilla, che mostrano una maggior capacità di ritenzione idrica (Blasi et al., 2002). All’interno del SIR Paliurus va a costituire arbusteti abbastanza strutturati, per lo più accompagnato da un forte contingente di entità stenomediterranee quali Phillyrea latifolia, Rosa sempervirens, Clematis flammula. Al loro interno si evidenziano aspetti meno maturi, come dimostra l’ingressione di Ampelodesmos mauritanicus, elemento erbaceo a carattere substeppico (ril 2-3) e comunità con una buona copertura di Quercus pubescens, che lasciano supporre una dinamica piuttosto avanzata in chiave seriale (prebosco) con formazioni forestali termofile di roverella (Roso-Quercetum pubescentis) (ril. 4-5). La presenza di un nutrito contingente di entità sinantropiche (cfr. ril. 6) testimonia aspetti di un mosaico con pratelli terofitici formatisi col pascolo ovino.

La presenza di Clematis flammula, Asparagus acutifolius, Phillyrea latifolia; Rhamnus alaternus con Paliurus fanno includere queste cenosi nel Pruno-Rubenion, suballeanza termo-mesomediterranea che nella penisola iberica si colloca nella fascia termo-xerofila del Pruno-Rubion, in ambito bioclimatico meso e termomediterraneo; in termini geografici costituisce la propaggine più orientale del Pruno-Rubion iberico, come dimostra la presenza tra le caratteristiche di una entità a gravitazione est-europea quale Paliurus spina-christi (Blasi et al., 2002). In chiave geomorfologia il Pruno-Rubenion preferisce stazioni con suoli relativamente profondi in cui si mantiene un elevato tasso di umidità edafica; in chiave sinecologica si distingue per la presenza di un nutrito contingente di specie trasgressive dei Quercetea ilicis e dei Pistacio-Rhamnetalia, che assumono tale valore solo nel caso in cui la tipologia vegetazionale indagata afferisca all’ordine dei Prunetalia.

A livello di associazione, nella zona tirrenica centrale, arbusteti a Paliurus spina- christi sono stati attribuiti a due associazioni del Pruno-Rubenion: il Pistacio-Paliuretum, presente in poche stazioni del Lazio meridionale su suoli bruni calcarei, a distribuzione discontinua, caratterizzato da una forte mescolanza tra il contingente steno-mediterraneo e quello sudesteuropeo, con forte impronta illirico-mediterranea (Blasi & Di Pietro, 2001) che non si ritrova nei rilievi toscani; la subass. paliuretosum spina-christi del Lonicero etruscae-Rosetum sempervirentis, legata ai settori pianeggianti con una grande componente di argilla della fascia collinare-submontana del settore medio tirrenico, dove include arbusteti maturi e formazioni di mantello strutturate e floristicamente lontane dagli aspetti qui rilevati (Cutini et al., 1996; Blasi et al., 2002).

 

Boschi di leccio (8)

Cyclamino repandi-Quercetum ilicis Riv.-Mart., Cantó, Fernández-Gonzáles & Sánchez-Mata 1995 (Tab. 25 );

Si tratta di un bosco puro di leccio (Quercus ilex), termofilo, scarsamente interessato da presenza di specie caducifoglie (Fraxinus ornus, Acer monspessulanum). Rappresenta la formazione matura della serie submediterranea ed edafoxerofila del leccio, e nel SIR raccoglie boschi e macchie cedue prevalentemente o completamente sclerofilliche, di altezza variabile da 10 a 20 m, con individui giovani misti a pochi elementi più vecchi. Per motivi antropici (tagli ravvicinati, pascolamento e incendio), tale formazione è sostituita spesso da forme di degradazione. Nel piano arboreo, che ha un ricoprimento da medio ad alto, è dominante Quercus ilex, mentre quello arbustivo ha ricoprimento piuttosto elevato ed è costituito prevalentemente da entità sempreverdi quali Phillyrea latifolia, Viburnum tinus e Smilax aspera. Lo strato erbaceo è molto scarso, in conseguenza dell’elevato ombreggiamento dovuto anche ad uno strato arboreo piuttosto sviluppato, e costituito da specie sciafile (Brachypodium sylvaticum, Rubia peregrina, Carex flacca).

Tali cenosi vengono inquadrate nel Cyclamino repandi-Quercetum ilicis, associazione proposta da Rivas-Martinez et al. (1995) sulla base di una tabella relativa a formazioni di lecceta rilevate presso Punta Ala (Gr), originariamente attribuita da De Dominicis et al. (1988) al Viburno-Quercetum ilicis.

 

Boschi di caducifoglie (9)

Boschi decidui dell’Asparago acutifolii-Ostryetum carpinifoliae Biondi 1982 (Tab. 26);

Tra le cenosi forestali presenti nel SIR si rinvengono lembi, spesso abbastanza ristretti, di boschi a dominanza di Carpino nero (Ostrya carpinifolia), che si insediano nei terrazzi più esterni e vecchi dell’alveo, quasi in una condizione svincolata rispetto alla dinamica fluviale; questi boschi presentano maggiore estensione lungo i versanti, soprattutto nella zona a monte del SIR.

Il suolo, a reazione neutra, può presentarsi anche ricco di clasti di grosse dimensioni apportati da passati eventi di piena. Lo strato arboreo ha come componente essenziale il Carpino nero, accompagnato costantemente da Acer monspessulanum e, talvolta, A. campestre, Quercus pubescens, Q. cerris. Caratteristica è la presenza, anche abbondante, di lianose tipiche di boschi mediterranei, come Rubia peregrina e Rosa sempervirens. Nello strato erbaceo è spesso abbondante Hedera helix, insieme a Brachypodium sylvaticum e Viola alba, mentre in quello arbustivo sono frequenti Crataegus monogyna, Cornus mas, C. sanguinea e Salix elaeagnos. Tali cenosi mostrano notevoli affinità per l’Asparago acutifolii–Ostryetum carpinifoliae, rappresentando la vicariante submediterranea dell’ostrieto appenninico, da cui si differenziano per la scarsa presenza di entità nemorali legate a cenosi boschive submontane e per il contingente di specie termofile provenienti dalle vicine leccete  (Biondi et al., 2002a, 2002b). Malgrado la presenza di specie dei Quercetea ilicis, l’associazione è meno xerofila del Roso-Quercetum pubescentis, come indicato dalla presenza costante di entità esigenti in fatto di umidità (per es. Hedera helix e Brachypodium sylvaticum) (Arrigoni, 1998). I rilievi qui presentati possono essere riferiti ad una nuova variante a Salix elaeagnos, un po’ meno termofila rispetto al tipo (assenza di Smilax aspera e presenza di alcune specie mesofile quali Euphorbia amygdaloides e Scutellaria columnae, che avvicinano i rilievi allo Scutellario-Ostryetum Pedrotti et al. 1979) e legata alla falda in posizione superficiale. I boschi dell’Asparago-Ostryetum sono stati segnalati in diversi territori submediterranei della penisola italiana (Biondi et al., 2002b) e in Toscana sono noti per il Chianti (Casini et al., 1995), il Monte Morello (Arrigoni et al., 1997), l’Argentario (Arrigoni & Di Tommaso, 1997), il bacino del Fiume Cecina (Foggi et al., 2000). Dal punto di vista sintassonomico, in accordo con Scoppola et al. (1995) e Arrigoni (1998), inquadriamo l’Asparago-Ostryetum nel Lonicero etruscae-Quercion pubescentis.

Sporadicamente, nella serie dell’Asparago-Ostryetum, si rinvengono cenosi di prebosco che indicano condizioni preclimaciche, legate a terrazzi dove il disturbo dovuto alle piene eccezionali ha rallentato l’evoluzione della vegetazione. Riportiamo qui di seguito un esempio di tali cenosi rilevato sul torrente Trasubbino in località Grotte di Sarzana (circa 300 m s.l.m., terrazzo sopraelevato di circa 2,5 metri rispetto all’acqua corrente, suolo compatto, pietrosità 40%; Cop. totale  70%, altezza media di 2,5 metri ed ha la seguente composizione specifica: Ostrya carpinifolia Scop. (3), Asparagus acutifolius L. (+), Ampelodesmos mauritanicus (Poiret) Dur. et Sch. (+), Rubia peregrina L. (1), Acer monspessulanum L. (r), Quercus pubescens Willd. (+), Juniperus communis L. (2), Spartium junceum L. (1), Clematis vitalba (+),Geranium robertianum L.         (+), Ficus carica L. (1), Helichrysum italicum (Roth) Don (+), Sanguisorba minor Scop. (+), Dorycnium hirsutum (L.) Ser. (+).

 

Querceti a Quercus pubescens del Roso sempervirentis-Quercetum pubescentis Biondi 1982 (Tab. 27);

Sulla parte esterna dell’alveo, sopraelevato da 1-1,5 m rispetto al livello di magra, su suoli compatti, di scarsa profondità, ricchi di scheletro e quindi con scarsa capacità di ritensione idrica, si insediano lembi di una boscaglia termofila xeromorfa con strato arboreo a dominanza di Quercus pubescens, particolarmente ben sviluppato nel ril. 2. Nel corteggio di tale tipologia sono presenti sia entità sempreverdi della classe Quercetea ilicis (Quercus ilex, Pistacia lentiscus, Phillyrea latifolia, Rosa sempervirens, Rhamnus alaternus), che entità xerofile del bosco di caducifoglie quali Acer monspessulanum e Fraxinus ornus, che ne determinano un soprassuolo tipicamente submediterraneo. Questa boscaglia risulta per lo più estremamente aperta con struttura pluristratificata e strato arbustivo sviluppato e rappresentato da Crataegus monogyna, Pyracantha coccinea, Rosa sempervirens, Phillyrea latifolia, Cornus mas, Ligustrum vulgare, Buglossoides purpurocoerulea. Tali cenosi sono attribuibili al Roso sempervirentis-Quercetum pubescentis (Lonicero etruscae-Quercion pubescentis), associazione rilevata da Arrigoni & Foggi (1992) e ampiamente diffusa in tutta la Toscana media (M.te Morello, Calvana, Chianti, Colline Metallifere), in parte di quella meridionale (colline dell’Albegna e del Fiora) e orientale, dove tende a localizzarsi sugli affioramenti ofiolitici (Monti Rognosi ecc.) (Arrigoni, 1998). Il ril. 3 può essere ascritto ad una variante a Juniperus communis, caratterizzata da una scarsa chiusura delle chiome e da numerosi arbusti xerofili ed eliofili (Casini et al., 1995).

 

Cerrete termofile del Roso sempervirentis - Quercetum pubescentis quercetosum cerridis Arrigoni 1997 (Tab. 28);

Sui versanti, nella parte a monte del SIR, si rinviene un bosco termofilo a dominanza di cerro, che tuttavia non ha carattere acidofilo. Lo strato arboreo è dominato dal cerro, ma la presenza di differenziali termofile a carattere basofilo come Rosa sempervirens, Rubia peregrina, Clematis flammula insieme ad Asparagus acutifolius, Viola alba, Ruscus aculeatus, Phillyrea latifolia, avvicinano queste formazioni al Roso sempervirentis-Quercetum pubescentis. L’inserimento nella subassociazione quercetosum cerridis descritta da Arrigoni & Foggi (1997) è giustificato dalla penetrazione di entità mesofile assenti dai boschi di roverella più tipici quale Melica uniflora e della quasi totale assenza di Quercus pubescens.

 

Cerrete semiacidofile dell’Erico-Quercetum cerridis Arrigoni et al. 1990 (Tab. 29);

Nel SIR, limitatamente ai versanti dove le condizioni edafiche sono favorevoli (presenza di suoli a maggior profondità), si sviluppano cerrete termofile di degradazione su substrati silicei o su terreni comunque eluviati, con strato arboreo a ricoprimento piuttosto elevato (Arrigoni, 1998). Ampia è la presenza di entità sempreverdi della classe Quercetea ilicis (Quercus ilex, Phillyrea latifolia, Rubia peregrina) che ne determina il carattere tipicamente submediterraneo; in questo caso si ipotizza che l’impatto antropico sul bosco abbia innescato un processo di aridizzazione (Pignatti, 1998). Tale cenosi viene inquadrata nell’Erico-Quercetum cerridis, associazione che raccoglie boschi misti di latifoglie decidue e sempreverdi governati a ceduo, con Quercus cerris prevalente. Descritta da Arrigoni et al. (1990) per territori su substrati silicei posti a quote inferiori a 500 m s.l.m., è diffusa soprattutto in Italia centrale nel versante tirrenico (Toscana, Umbria e Lazio nord-occidentale) (Biondi et al., 1993; Scoppola, 1998). Il rilievo qui presentato si mostra povero in entità caratteristiche dell’associazione, in particolare per la mancanza di Erica scoparia, diffusa negli aspetti più tipici e forse indicatrice di frequenti incendi. Tuttavia la fisionomia di bosco con frequenza di elementi del mantello e del pre-bosco, l’elevato contingente di specie mediterranee e la larga distribuzione dell’associazione nelle aree della Maremma interna (Arrigoni et al., 1990), inducono a supporre che la collocazione di tali cerrete nell’Erico-Quercetum cerridis sia appropriata. Il rilievo qui presentato è affine a un aspetto descritto in letteratura da Biondi et al. (1993) per le colline umbre come: “..facies più termofila ad Arbutus unedo..” dell’Erico-Quercetum cerridis, poiché rilevato su pendii lievemente acclivi, talvolta con substrati pietrosi o rocciosi che favoriscono un maggior contingente di sclerofille sempreverdi mediterranee, indicatrici del carattere più termofilo e xerofilo di questa facies.

 

Bosco mesofilo a Carpinus betulus (Aggr. a Carpinus betulus) (Tab. 30);

Lungo il torrente Trasubbino, a circa 320 m di quota, in un secondo terrazzo fluviale localizzato in un’area di impluvio in prossimità del fondovalle, è stato rilevato un lembo di bosco a dominanza di Carpino bianco (Carpinus betulus). La presenza di accumuli di materiale limoso proveniente dal versante favoriscono l’insediamento di Carpinus betulus, insieme a mesofile quali Melica uniflora. Il corteggio di entità a carattere termofilo quali Acer monspessulanum, Ruscus aculeatus, Rubia peregrina, Rosa sempervirens, Quercus ilex è favorito dal contatto con gli arbusteti sempreverdi diffusi nei terrazzi fluviali sottostanti e dalla presenza di una tessitura ciottolosa del terreno.

Fitosociologicamente, data la povertà di specie caratteristiche e la forte sovrapposizione di elementi termofili e mesofili, risulta possibile inquadrare questo aspetto solo a livello di ordine nei Quercetalia pubescenti-petraeae.

 

Complesso di vegetazione erbacea calanchiva (10)

Arundinetum plinianae Biondi et al. 1992 (Tab. 31 );

I canneti a canna del Reno (Arundo pliniana) risultano una fitocenosi piuttosto diffusa lungo gran parte del SIR, soprattutto in corrispondenza dei pendii argillosi dove si verificano fenomeni calanchivi e in alveo su terrazzi naturali con accumulo di argille. Arundo pliniana, una vistosa graminacea alta fino a 2m, spesso domina nettamente, con un corteggio caratterizzato da specie erbacee perenni di substrati argillosi e da arbusteti dei Prunetalia spinosae che colonizzano gli aspetti più maturi. Particolarmente evidente risulta l’elevata copertura di Festuca arundinacea nel ril. 1. In questo caso si possono individuare affinità con aggruppamenti a dominanza di questa entità inquadrati nel Dactylo-Festucetum arundinaceae R. Tx. ex Lohmeyer 1953 osservati nella fascia circumlacuale del Trasimeno (Venanzoni & Gigante, 2000); si tratta di prati permanenti ad elevato ricoprimento inondati in inverno e secchi in primavera, caratterizzati fisionomicamente da graminacee emicriptofite. Tali cenosi vengono riferite all’Arundinetum plinianae (Inulo-Agropyrion repentis), associazione descritta da Biondi et al. (1992) per il litorale marchigiano e rinvenuta successivamente in altre zone della Toscana, quali i calanchi di Radicofani (Maccherini et al., 1998).

 

Prati ad Agropyron repens (Tab. 32);

In corrispondenza di aree di deposito di argille, al piede dei calanchi nella zona di Molino di Scoiola, su suoli compatti a tessitura limoso-argillosa, si rinvengono prati ad elevato ricoprimento caratterizzati fisionomicamanete da graminacee emicriptofite. La specie dominante è Agropyron repens, indicatrice di uno stadio iniziale nello sviluppo delle cenosi erbacee permanenti; la sua elevata copertura è probabilmente da correlare all’apporto continuo di materiale terrigeno dai calanchi, che non consente l’evoluzione della cenosi; a questa si accompagnano Festuca arundinacea e Dactylis glomerata.  Aspetti con fisionomia e struttura simili, legati a substrati limoso-argillosi con depressioni che permettono un ristagno di acqua, sono stati rilevati lungo il fiume Marecchia (Biondi & Baldoni, 1994b) e i fiumi Taro e Stirone, in Emilia Romagna (Biondi et al., 1997, 1999); questi ultimi sono stati inquadrati in una nuova associazione denominata Loto tenuis-Agropyretum repentis che ha tuttavia un corteggio floristico abbastanza differenziato dagli aspetti qui rilevati, per cui si considera una soluzione migliore limitarsi ad inquadrare i rilievi di Tab. 32 solo a livello di alleanza (Inulo-Agropyrion). Notevoli sono anche le affinità con la variante del Dactylo-Festucetum (Agropyro-Rumicion, Arrhenateretalia) di transizione verso le adiacenti comuntià della classe Artemisietea vulgaris, rilevata da Venanzoni & Gigante (2000) presso il Lago Trasimeno.

 

Aggr. a Gastridium ventricosum (Tab. 33);

Altrettanto alterata e impoverita dal disturbo da piene risulta la composizione floristica di una cenosi rinvenuta lungo il torrente Trasubbino. Essa è caratterizzata dalla dominanza di Gastridium ventricosum, e dalla buona presenza di specie degli Stellarietea quali Bupleurum baldense, Euphorbia exigua, Vulpia ciliata, Coronilla scorpioides. Aspetti a dominanza di Gastridium ventricosum sono stati rinvenuti in Aspromonte, in aree calanchive a mosaico con praterie steppiche (Brullo et al., 1998); queste cenosi vengono inquadrate nel Trifolio cherleri-Gastridietum ventricosi (Stipo-Trachynietea), associazione che tuttavia si differenzia molto sia floristicamente che come sindinamica dagli aspetti del SIR. Relativamente all’inquadramento sintassonomico sono presenti affinità floristiche ed ecologiche con i Brometalia rubenti-tectorum, mentre, vista la scarsità dei dati, non si ritiene possibile un inquadramento a livello di alleanza.           

 

Garighe a mosaico con praterie steppiche (11)

Aspetti di vegetazione a mosaico sia in seno alla vegetazione camefitica del Santolino-Saturejetum, che alle praterie steppiche ad Ampelodesmos mauritanicus.

 

Prati-pascoli (12)

Prati-pascoli con composizione floristica molto varia (graminacee e leguminose) in funzione dei caratteri pedologici e morfologici della stazione in cui sono ubicati. Generalmente le praterie vengono regolarmente concimate e sfalciate e/o pascolate.

 

Seminativi con vegetazione infestante (13)

Aspetti colturali dove è stata effettuata una ristrutturazione totale della maglia dei campi (accorpamenti) con eliminazione delle colture arboree tradizionali e di ogni forma di vegetazione arborea o arbustiva.

 

Seminativi e pascoli a maglia fitta e a campi chiusi (14)

Orientamento delle colture a seminativi o prato-pascolo, con eliminazione delle colture arboree; permanenza di siepi, anche alberate, e di querce isolate o a gruppi nei campi aperti.

 

Vigneti (15)

 

Seminativi e/o praterie seminaturali a mosaico con oliveti o vigne (16)

 Aspetti caratterizzati dalla permanenza di associazioni colturali tradizionali – vite, olivo, seminativi – della forma e dimensione dei campi, con viabilità poderale e confini rappresentati dalla rete scolante principale.

 

Aspetti pionieri di greto a mosaico con saliceti, garighe e praterie xerofile (17)

in corrispondenza dei primi terrazzi e di suoli sabbioso-ciottolosi incoerenti è frequente il mosaico tra gli aspetti pionieri ad Inula viscosa, dominanti, i saliceti, lembi del Santolino-Saturejetum santolinetosum e il Coronillo-Ampelodesmetum.

 

Garighe e praterie steppiche a mosaico con macchia e/o saliceti pionieri (18)

Il Santolino-Saturejetum e il Coronillo-Ampelodesmetum oltre che in mosaico tra loro si rinvengono anche in stretto contatto spaziale con macchie dei Pistacio-Rhamnetalia alaterni ed il Salicetum elaeagni, in funzione dei forti rimaneggiamenti della morfologia del greto da parte essenzialmente degli eventi di piena.

 

Saliceti pionieri a mosaico con macchia e con formazioni ripariali arboree (19)

A mosaico con i saliceti arbustivi pionieri (Salicetum elaeagni), in corrispondenza di meandri o vecchi terrazzi, è possibile trovare sia aspetti di macchia sclerofilla dei Pistacio-Rhamnetalia alaterni, che formazioni ripariali arboree a Salix alba e Populus sp.pl.

 

 

3.1.3.3.                                              Quadro sintassonomico

 

Glycerio-Nasturtietea officinalis (Zohary 1974) J. M. et Géhu 1987

Nasturtio-Glyceretalia Pign. 1953

Nasturtion officinalis J. M. et J. Géhu 1987

Nasturtietum officinalis Seibert 1962

 

Phragmito-Magnocaricetea Klika in Klika et Novák 1941

Phragmitetalia W. Koch 1926

Phragmition communis W. Koch 1926

Phragmitetum communis Schmale 1939

 

Bidentetea tripartitae Tx., Lohm. & Prsg. in Tx. 1950

Bidentetalia tripartitae Br.-Bl. & Tx. 1943

Chenopodion fluviatile Tx. 1960 [=Chenopodion rubri (Tüxen ex Poli & J. Tüxen 1960) Kopecky 1969]

Polygono-Xanthietum italici Pirola &Rossetti 1974

 

Isoëto-Nanojuncetea Br.-Bl. & Tx. 1943

Cyperetalia fusci Pietsch 1963

Nanocyperion W. Koch 1926

 

Stellarietea mediae (Br.-Bl. 1931) Tüxen, Lohm. e Prsg. in R. Tüxen 1950

Brometalia rubenti-tectorum Rivas-Martinez e Izco 1977

            Aggr. a Gastridium ventricosum

            Aggr. a Trisetaria panicea

Echio-Galactition tomentosae O. Bolòs e Molinier 1969

            Aggr. a Aegilops geniculata

            ?Scorpiuro muricati-Melilotetum neapolitani ass. provvisoria

 

Artemisietea vulgaris Lohmeyer, Preising & Tüxen ex von Rochow 1951

[=Agropyretea repentis Oberdorfer, Müller & Görs in Oberdorfer, Görs, Korneck, Lohmeyer, Müller, Philippi & Seibert 1967 (art. 8), Agropyretea intermedio-repentis Müller & Görs 1969 (syntax. syn.)]

Agropyretalia repentis Oberdorfer, Müller & Görs in Oberdorfer, Görs, Korneck, Lohmeyer, Müller, Philippi & Seibert 1967 [=Agropyretalia intermedio-repentis Müller & Görs 1969 (art. 29)]

Aggr. a Coleostephus myconis

Inulo viscosae-Agropyrion repentis Biondi et Allegrezza 1996

Arundinetum plinianae Biondi, Brugiapaglia, Allegrezza et Ballelli 1989

Aggr. ad Agropyron repens

Aggr. ad Inula viscosa e Daucus carota

 

Rosmarinetea officinalis Br.-Bl. 47 em. Rivas-Martínez et al. 91

Rosmarinetalia Br.-Bl. ex Molinier 34

Artemisio-Saturejion Allegrezza et al. 97

Santolino-Saturejetum montanae micromerietosum graecae Scoppola & Angiolini 97

Santolino-Saturejetum montanae santolinetosum etruscae Angiolini et al. 98

 

Rhamno-Prunetea spinosae Rivas-Goday & Borja ex Tüxen 1962

Prunetalia spinosae Tüxen 1952

Pruno-Rubion ulmifolii O. de Bolos 1954

Pruno-Rubenion ulmifolii Arnaiz et Loidi 1983

Aggr. a Paliurus spina-christi

 

Salicetea purpureae Moor 1958

Salicetalia purpurae Moor 1958

Salicion elaeagni Aich. 1933

Salicetum elaeagni Hag. 1916 ex Jenik 1955 [ = Salicetum incano-purpureae Sillinger 1933 ]

Aggr. a Salix purpurea 

 

 

Quercetea ilicis Br.-Bl. in Br.-Bl. et al. 52

Pistacio-Rhamnetalia alaterni Riv.-Mart. 75

Aggr. a Phillyrea latifolia

Oleo-Ceratonion Br.-Bl. 1936 em. Riv.-Mart. 75

Coronillo valentinae-Ampelodesmetum mauritanici Biondi 86

Quercion ilicis Br.-Bl. ex Molinier 1934 em. Riv.-Mart. 75

Cyclamino repandi-Quercetum ilicis Riv.-Mart., Cantó, Fernández-Gonzáles & Sánchez-Mata 1995 [=Viburno tini-Quercetum ilicis sensu De Dominicis et al. 1988]

 

Querco roboris-Fagetea sylvaticae Br.-Bl. & Vlieger in Vlieger 1937 em. Oberd. 1992

Populetalia albae Br.-Bl. ex Tchou 1948

Populion albae Br.-Bl. ex Tchou 1948 [ = Salicion albae Tx. 1955]

Salici albae-Populetum nigrae (Tx. 1931) Meyer-Drees 1936

Fraxino angustifoliae-Ulmenion minoris Riv.-Mart. 75

Aggr. a Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa

Alnion-incanae Pawlowski in Pawlowski, Sokolowski & Wallish 1928 [=Alno-Ulmion Br.-Bl. & Tüxen ex Tchou 1948 em. Müller & Görs 1960 (syntax. Syn)]

Aggr. ad Alnus glutinosa

Quercetalia pubescenti-petraeae Klika (1933) corr. Moravec 1984

Aggr. a Carpinus betulus

Lonicero etruscae-Quercion pubescentis Arrigoni et Foggi 1990

Roso sempervirentis-Quercetum pubescentis Biondi 1982

Roso sempervirentis-Quercetum pubescentis quercetosum cerridis Arrigoni 1997

Asparago acutifolii-Ostryetum carpinifoliae Biondi 1982

Erico arboreae-Quercetum cerridis Arrigoni 1990 [=Rubio-Quercetum cerridis (Pignatti E. e S., 1968) Bas Pedroli et al. 1988]

 

3.1.3.4.                                              Le serie di vegetazione

Il Torrente Trasubbie è costituito da un insieme di ambienti con estensione diversa, ciascuno dei quali mostra una specifica ecologia legata alla dinamica idrologica che è molto variabile nel tempo. All’interno dei letti fluviali la situazione vegetazionale si presenta estremamente dinamica per l’incessante azione di erosione e sedimentazione delle acque correnti. La seriazione vegetazionale risulta abbastanza chiara e definita nei greti oggetto di questo studio, anche se capire la dinamica diviene complesso quando intervengono perturbazioni di origine antropica; si riscontra in linea di massima una disposizione della vegetazione a fasce parallele al corso d’acqua, dovuta alla diversa misura con cui incidono i fattori ecologici (periodiche piene, umidità edafica, evoluzione del suolo, granulometria degli elementi del substrato, altezza dei terrazzi rispetto alla falda freatica etc.), via via che ci si sposta dal centro del fiume verso i margini della golena.

La definizione di serie di vegetazione negli ambienti fluviali risulta piuttosto complessa. Un’interpretazione largamente seguita in letteratura (Biondi et al., 1999), è quella che considera gli aspetti ambientali del letto di piena ordinaria come un geosigmetum al cui interno si rinvengono serie diverse. La maggior parte di queste sono monotipiche in quanto rappresentate da stadi vegetazionali bloccati dalla dinamica fluviale, mentre altre sono costituite da associazioni tra loro in rapporto dinamico.

La rappresentazione cartografica della vegetazione fluviale risulta molto complessa per la difficoltà di evidenziare tipi di vegetazione tra loro in rapporti dinamici o catenali, e per la frammentarietà e/o la limitata estensione con cui si manifestano molte formazioni vegetali spesso di dimensioni ridotte, che comunque non possono essere ignorate poiché giocano un ruolo ecologico importante nella comprensione dei processi fluviali. Per il territorio del SIR è stata realizzata la cartografia fitosociologica, che necessariamente integra aspetti di vegetazione diversi; essi nel loro insieme vanno a costituire il geosigmetum del letto di piena ordinaria. La lettura della posizione che le diverse tipologie fitosociologiche occupano all’interno del SIR viene facilitata da approfondimenti effettuati tramite alcuni transetti tipo (sezioni rappresentative), che raffigurano le strutture, le associazioni e le altre tipologie fitosociologiche che non sarebbe possibile rappresentare per la loro ridotta distribuzione e/o dimensione.

Nel tratto inferiore del Trasubbie a valle dell’abitato di Baccinello (Transetto A),  l’alveo fluviale raggiunge circa 800 metri di ampiezza, si articola in una grande quantità di canali anastomizzati che si snodano tra macro e microterrazzi ed è soggetto a disturbo antropico (rimaneggiamento del greto, pascolo, incendi). In corrispondenza delle parti meno spesse dei primi terrazzi, su suoli per lo più ciottolosi, si rinvengono una o più fasce vegetazionali, non molto ampie e discontinue, a dominanza di salici arbustivi attribuibili al Salicetum elaeagni. A mosaico con i saliceti, in corrispondenza di suoli sabbiosi incoerenti, nel periodo primaverile si rinvengono cenosi effimere attribuibili allo Scorpiuro-Melilotetum, mentre su suoli incoerenti ciottolosi si sviluppano aspetti pionieri ad Inula viscosa a fenologia estiva. Nella parte più bassa del terrazzo i saliceti risultano in contatto, su suoli sabbiosi, con cenosi erbacee effimere dei Bidentetalia che raggiungono la loro massima espressione nel periodo tardo estivo (cfr. Transetto C). Esternamente al saliceto e alle cenosi erbacee pioniere si rinvengono le formazioni glareicole del Santolino-Saturejetum santolinetosum etruscae, subassociazione che trova l’optimum nelle parti più elevate e xeriche del primo terrazzo.

Sul secondo terrazzo con detriti consolidati, solo occasionalmente disturbato dalle piene e con vegetazione xerofila ormai quasi sganciata dalla dinamica fluviale, si insedia una gariga attribuita all’associazione Santolino-Saturejetum micromerietosum graecae, che occupa estese aree soprattutto in corrispondenza delle rive di sedimentazione. Su substrati compatti formati essenzialmente da sabbie medio-fini si sviluppano, a mosaico con la gariga, formazioni terofitiche dei Brometalia rubenti-tectorum. Nei terrazzi leggermente più elevati, spesso a mosaico con la gariga, si rinvengono formazioni a carattere emicriptofitico, a dominanza di Ampelodesmos mauritanicus (Coronillo-Ampelodesmetum) in contatto seriale con gli arbusteti dei Pistacio-Rhamnetalia alaterni. In questi aspetti residuano specie del Santolino-Saturejetum, ma con scarse coperture e talvolta, nelle situazioni più evolute, si sono già insediate specie arbustive delle formazioni in contatto quali Spartium junceum, Phillyrea latifolia, Paliurus spina-christi, Pistacia lentiscus e Clematis flammula, a dare vita a veri e propri arbusteti termo-xerofili. In caso di rimaneggiamento antropico si rinvengono salici (Salix elaeagnos, S. purpurea) e altri arbusti non igrofili in mosaico tra loro, con l’ampelodesmeto e con la gariga; quest’ultima è spesso discontinua e in compenetrazione con la subassociazione pioniera (Santolino-Saturejetum santolinetosum). Sui terrazzi esterni, pianeggianti e con suoli a maggior capacità di ritensione idrica si rinvengono arbusteti a dominanza di Paliurus spina-christi in contatto, dove il suolo diviene più profondo, con boschetti igrofili a Fraxinus angustifolia subsp. oxycarpa.

Durante il periodo estivo, generalmente corrispondente a portate di magra, emergono vaste superfici del letto mentre lo scorrimento dell’acqua si localizza in punti preferenziali (letto di magra), isolando microecosistemi acquatici in depressioni circondate da superfici emerse. Si determina così la costituzione di microambienti stagnali, poco rappresentati nel SIR, nei quali la vegetazione si dispone secondo gradienti simili a quelli di ambienti palustri di maggiore superficie (Nasturtietum officinalis, Nanocyperion). Sono assenti le comunità idrofitiche evolute e stabilizzate; ciò è dovuto sia alla bassa profondità dell’acqua che tende a favorire specie con fusto eretto ed emerso, sia al continuo deviare del corso che, insieme all’elevata dinamica torrentizia, non permette l’istaurarsi di una vegetazione acquatica (legata agli ambienti fluviali stabili e ben conservati).

In corrispondenza di tratti meno ampi, presenti soprattutto lungo il Trasubbino (cfr. Transetto B), con letti a morfologia naturale e a contatto con aspetti boschivi, la seriazione risulta a carattere più naturale. La vegetazione potenziale di versante è un bosco deciduo misto di roverella, cerro e carpino nero.  Aspetti naturali della seriazione vegetazionale sono evidenti anche nel Transetto C, effettuato presso Molino di Scoiola. In questo caso il terrazzo superiore ed esterno, caratterizzato da una regolare presenza di suolo, è colonizzato da boschi dell’associazione Roso-Quercetum pubescentis o da formazioni della corrispondente serie di vegetazione. Da notare che le cenosi boschive di greto sono concentrate nella parte a monte del SIR, in funzione della scarsità di disturbo antropico e della elevata presenza di cenosi boschive nei versanti circostanti.

Sempre nell’area di Molino di Scoiola, dove sui versanti affiorano le argille, si sviluppano formazioni calanchive in cui la vegetazione si struttura secondo la dinamica erosiva. In questo caso l’apporto di argilla sul greto determina la formazione di cenosi diverse; in corrispondenza di rive fluviali concave, soggette a erosione intensa e continua, si stabilisce, per la vicinanza con aspetti calanchivi, una vegetazione pioniera e frammentaria dove le specie più significative risulta spesso Arundo pliniana (Arundinetum plinianae). Sempre in queste condizioni edafiche, ma su suoli argillosi più evoluti, si rinvengono prati ad Agropyron repens.

Tale seriazione subisce notevoli modificazioni in corrispondenza dei tratti iniziali torrentizi, stretti e incassati dei corsi d’acqua. Ciò è ben rappresentato all’interno del SIR dalla parte a monte del Torrente Trasubbino (Transetto D), dove non c’è terrazzamento dell’alveo e di conseguenza manca quasi totalmente la vegetazione camefitica; gli arbusteti ripariali a dominanza di salici si trovano in contatto diretto (catenale) con formazioni erbaceo-arbustive del Coronillo-Ampelodesmetum che si insediano sui versanti più ripidi, dove l’erosione favorisce la presenza di affioramenti rocciosi, o con cenosi arboree dell’Asparago-Ostryetum che si sviluppano dove la minore pendenza permette la formazione di un suolo più evoluto. La vegetazione potenziale dei versanti è rappresentata essenzialmente da querceti riferibili all’Erico arboreae-Quercetum cerridis, su suoli decarbonatati, e al Roso sempervirentis-Quercetum pubescentis quercetosum cerridis; su suoli superficiali e/o in corrispondeza di esposizioni meridionali sono presenti boschi sempreverdi del Quercion ilicis.

 

3.1.4.                           Le emergenze vegetazionali

Le emergenze vegetazionali sono state individuate facendo riferimento agli habitat inclusi nelle Direttive 92/43/CEE e 97/62/CEE e/o presenti nella Legge Regionale toscana sulla biodiversità (L.R. 56/2000), che ha ampliato la lista degli habitat al fine di valorizzare le emergenze vegetazionali presenti nella nostra Regione.

In Tab. 39 sono elencati gli habitat sopra citati rinvenuti nell’area di studio. I nomi degli habitat sono sensu CORINE (1991) e possono essere identificati grazie all’indicazione dei codici CORINE e Natura 2000. Nell’ultima colonna sono indicatI numeri corrispondenti alle tipologie cartografiche in cui la presenza degli habitat è più probabile.

Si tratta di habitat legati quasi in toto all’ambiente ripariale, sia igrofilo che xerofilo, se si eccettuano le foreste di Quercus ilex, distribuite prevalentemente nei versanti. Tra questi tre sono gli habitat di interesse prioritario: pratelli anfibi degli Isoeto-Nanojuncetea, foreste alluvionali dell’Alnion glutinoso-incanae, pratelli di erbe graminoidi dei Thero-Brachypodietalia, presenti nell’area, eccetto quest’ultimo, in modo frammentario. Tra gli altri, gli alvei ciottolosi con cenosi di suffrutici a dominanza di Santolina etrusca e Helichrysum italicum, risultano in assoluto l’habitat più tipico e caratterizzante il SIR in oggetto di studio dando vita ad un paesaggio di elevata bellezza e peculiarità.

 

Tabella 39 - Habitat di interesse comunitario e/o regionale

Habitat di interesse comunitario e/o regionale

Cod. Corine

Cod. Natura 2000

Prioritario

Tipologie cartografiche

Stagni temporanei mediterranei con pratelli anfibi a dominanza di piccoli giunchi e micropteridofite (Isoeto-Nanojuncetea)

22,34

3170

*

1, 2, 17

Fiumi con argini melmosi con vegetazione del Chenopodion rubri p.p. e del Bidention p.p.

24,52

3270

 

2, 17

Fiumi mediterranei a flusso permanente con il Paspalo-Agrostidion e con filari riparii di Salix e di Populus alba

23,53

3280

 

3, 19

Pratelli di erbe graminoidi e erbe annuali (Thero-Brachypodietea)

34,5

6220

*

6,18

Alvei ciottolosi della Toscana meridionale con cenosi di suffrutici a dominanza di Santolina etrusca e Helichrysum italicum

32,4A1

-

 

5, 18

Garighe a Euphorbia spinosa

32,441

 

 

5, 18

Foreste a galleria di Salix alba e Populus nigra

44,17

92A0

 

4

Boschi termofili a Fraxinus angustifolia

41,86

91B0

 

4

Foreste alluvionali residuali dell'Alnion glutinosae-incanae

44,3

91E0

*

4

Foreste di Quercus ilex

45,3

9340

 

8

 

 

 

3.2.                    La flora

3.2.1.                           Cenni metodologici

L’analisi floristica, effettuata parallelamente alla tipificazione fitisociologica delle fitocenosi, è stata effettuata essenzialmente tramite rilievi ed erborizzazioni condotte nel periodo 2002-2003, uniformemente distribuiti durante il corso di ciascun anno di indagine al fine di avere un quadro floristico il più completo possibile.

I campioni raccolti, sottoposti a essiccazione, sono stati determinati presso il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università degli Studi di Siena utilizzando le principali Flore nazionali ed europee disponibili (Fiori, 1923-29; Pignatti, 1982; Castroviejo et al., 1986-88; Tutin et al., 1968-1980, 1993) nonché le più recenti monografie per i generi che hanno subito revisione tassonomica e nomenclaturale (Garbari, 1984; Nardi, 1984; Scoppola & Bascietto, 2001). Per alcune entità di difficile determinazione sono stati necessari ulteriori approfondimenti anche in collaborazione con esperti  di altre Università. Gli exsiccata delle specie raccolte e determinate sono depositati presso l’Herbarium Universitatis Senesis (SIENA) e l’Herb. Selvi.

I dati distributivi di talune entità sono stati desunti sia da documentazione bibliografica che dalla consultazione dei campioni di erbario conservati in Siena, Firenze, Roma, Cagliari e Viterbo. Utili a integrare l’elenco floristico sono state numerose segnalazioni e rilievi relativi a precedenti lavori effettuati nella zona. L’ordinamento sistematico dell’elenco floristico è stato compilato seguendo Pichi Sermolli (1977) per le Pteridophyta, Cronquist (1981) per le Magnoliopsida e Dahlgren et al. (1985) per le Liliopsida. E’ stata utilizzata la nomenclatura conforme alle regole del Codice Internazionale di Nomenclatura Botanica (Greuter et al. 1994), seguendo nell’ordine Med-Checklist (Greuter et al., 1984-89), Flora Europaea (Tutin et al., 1968-80, 1993) e, in alcuni casi Flora d’Italia (Pignatti, 1982).

 

3.2.2.                           Analisi della flora

Sebbene allo stato attuale manchi uno studio completo sulla flora del SIR, le specie censite nei rilievi, le numerose raccolte effettuate e le osservazioni dirette hanno permesso di stilare una lista che si compone di 551 entità, ripartite in 78 famiglie e  320 generi; tale lista è riportata nell’Allegato 6.2.

Le famiglie con maggior numero di specie, sono risultate le Asteraceae (80), le Fabaceae (67), le Poaceae (63) e le Lamiaceae (32) seguite da Apiaceae  (25) e Rosaceae  (21).

Il rapporto n° di famiglie/n° di generi è pari a 0.25 esprimendo un elevato grado di differenziazione tassonomica a livello inferiore, mentre il coefficiente specifico (n°di generi/n° di specie) è pari a 0.56, indicando una buona eterogeneità ambientale.

Lo spettro biologico mostra la netta prevalenza delle Emicriptofite (201 entità, 36,75% del totale) e delle Terofite (200 entità, 36,56 %), in generale accordo con i dati relativi alla Flora italiana e toscana e con quelli climatici. Il rapporto H/T, pari a 1,005, sottolinea il carattere spiccatamente mediterraneo del SIR.

Dal punto di vista corologico dominano infatti le entità ad areale mediterraneo (275 specie, 51% del totale); tra queste sono ben rappresentate le W mediterranee e le N mediterranee, che identificano il baricentro nord-occidentale dell’area indagata, in accordo con quanto riscontrato in flore dell’area tirrenica costiera.

Ben rappresentate anche le entità ad ampia distribuzione, favorite dalla presenza di ambienti umidi ma anche dalla frequenza di habitat sinantropici in cui si rinvengono 13 specie esotiche come Polanisia dodecandra, Brassica napus, Setaria verticillata e Sorghum halepense (Tab. 34).

 

Tab. 34 - Specie vegetali esotiche secondo le categorie corologiche di Pignatti (1982)

Genere e Specie

Corologia

Artemisia verlotorum Lamotte

Asia orientale

Bidens frondosa L.

Nord America

Brassica napus L.

Avventizia

Conyza canadensis (L.) Cronq.

Cosmopolita (Avventizia)

Euphorbia maculata L.

Nord America

Helianthus annuus L.

Sud America (Coltivata)

Helianthus tuberosus L.

Nord America (Coltivata)

Onobrychis viciifolia Scop.

Mediterranea montana (Avventizia)

Polanisia dodecandra (L.) DC.

var trachisperma (Torr et Gray) Ilts

Nord America

Setaria verticillata (L.) Beauv.

Termocosmopolita (Avventizia)

Sorghum halepense (L.) Pers.

Coltivata inselvatichita

Triticum aestivum L.

Coltivata

Vicia sativa L. subsp. sativa

Subcosmopolita (Avventizia)

Vitis vinifera L. subsp. sylvestris (Gmelin) Hegi

Avventizia

 

 

3.2.3.                           Le emergenze floristiche

Alcune delle specie rinvenute risultano di elevato interesse biogeografico e conservazionistico a livello regionale e talvolta anche nazionale, quali Glaucium flavum, Velezia rigida, Ononis breviflora, Chrozophora tinctoria, Linum nodiflorum, Bupleurum prealtum, Bupleurum subovatum, Cephalaria leucantha, Centaurea deusta, Sesleria italica.

Due sono i taxa considerati a minor rischio (LR) nella Liste Rosse Regionali (Conti et al., 1997) e precisamente Lavatera punctata e Santolina etrusca, mentre 20 sono quelli considerati di interesse regionale (Tab. 35), tra cui Ranunculus garganicus, Silene paradoxa, Plantago maritima e Centaurea aplolepa subsp. carueliana, 6 quelle protette dalla L.R. 56/2000 (Tab. 36), 4 quelle soggette a limitazioni di raccolta (Tab. 37) e 7 sono inserite nella lista di attenzione del Progeto RENATO. (Tab. 38).

 

Tab. 35 - Specie vegetali di interesse regionale la cui conservazione può richiedere la designazione di SIR (LR 56/2000, Allegato A)

Anemone apennina L.

Bryonia dioica Jacq.

Centaurea aplolepa subsp. carueliana (Micheletti) Dostál

Centaurea cyanus L.

Dianthus sylvestris Wulfen in Jacq subsp. longicaulis (Ten.) Greuter et Burdet

Eleocharis palustris (L.) Roemer et Schultes

Euphorbia pubescens L.

Globularia punctata Lapeyr.

Hymenocarpus circinnatus (L.) Savi

Lavatera punctata All.

Malope malacoides L.

Opopanax chironium (L.) Koch

Plantago maritima L.

Ranunculus millefoliatus Vahl.

Santolina etrusca (Lacaita) Marchi et D'Amato

Scabiosa uniseta Savi

Scilla bifolia L.

Sesleria italica (Pamp.) Ujhelyi

Silene paradoxa L.

Velezia rigida L.

 

Tab. 36 - Specie vegetali protette secondo la LR 56/2000 (Allegato C)

Centaurea aplolepa subsp. carueliana (Micheletti) Dostál

Centaurea bracteata Scop

Centaurea calcitrapa L.

Centaurea cyanus L.

Centaurea deusta Ten.

Centaurea solstitialis L.

 

 

Tab. 37 - Specie vegetali assoggettate a limitazioni nella raccolta (LR 56/2000, Allegato C1)

Asparagus acutifolius L.

Dianthus carthusianorum L.

Dianthus sylvestris Wulfen in Jacq subsp. Longicaulis (Ten.) Greuter et Burdet

Ruscus aculeatus L.

 

Tab. 38 - Specie vegetali inserite nella lista di attenzione RENATO.

Allium fuscum L.

Centaurea aplolepa subsp. carueliana (Micheletti) Dostál

Daucus broteri Ten.

Ononis breviflora DC.

Santolina etrusca (Lacaita) Marchi et D'Amato

Sesleria italica (Pamp.) Ujhelyi

Trisetaria aurea (Ten.) Pign.

 

Le emergenze floristiche, per le quali sono riportate di seguito delle brevi schede esplicative, sono state suddivise, secondo quanto proposto da Mariotti (1990), nelle seguenti categorie:

·        Endemismi;

·        Entità vicine al limite del loro areale di distribuzione;

·        Entità rare o con distribuzione frammentaria.

 

Endemismi

Centaurea aplolepa Moretti subsp. carueliana (Micheletti) Dostàl (Asteraceae) H scap.

Serpentinofita endemica delle ofioliti toscane presente secondo Pignatti (1982), nella Toscana meridionale anche sui rilievi calcarei e sui prati aridi, tra 300 e 1000 m s.l.m.; è nota per le Colline Metallifere sul Poggio di Montieri e sulle Cornate di Gerfalco (Frignani, 2002).

Centaurea deusta Ten. (Asteraceae) H bienn.

Specie endemica. La sottospecie nominale (deusta) è diffusa esclusivamente nella penisola italiana (limite nord sull’Appennino Bolognese), soprattutto nelle regioni centro-meridionali. La sottospecie splendens è endemica dell’Italia settentrionale e peninsulare fino alla Sicilia. Nell’area di studio sono state segnalate le due sottospecie di C. deusta, che sono legate entrambe agli incolti, ai prati aridi e ai pascoli. Queste si distinguono essenzialmente per il diverso colore delle squame; data la relativa soggettività di questo carattere diagnostico, è probabile che si tratti di una sola entità, attribuita a taxa differenti in funzione della diversa interpretazione dei botanici che hanno effettuato la determinazione.

Digitalis micrantha Roth  (Scrophulariaceae) H scap.

Specie endemica dell’Italia peninsulare, tipica dei cedui e delle radure boschive, si ritrova da 300 a 1800 m di altitudine.

Erysimum pseudorhaeticum Polatschek (Brassicaceae) H scap.

Specie endemica dell’Appennino settentrionale e centrale, tipica delle pietraie e dei pascoli aridi, si trova generalmente da 100 a 900 m di altitudine, raramente fino a 1800 m.

Phleum ambiguum Ten. (Poaceae) G rhiz.

Specie endemica dell’Italia peninsulare, presente anche in Liguria ed in Sicilia, tipica dei pascoli aridi; si trova tra i 200 e 2200 m di altitudine.

Santolina etrusca (Lacaita) Marchi et D’Amato (Asteraceae) NP.

Specie endemica, rara e localizzata, presente in alcune stazioni disgiunte di Toscana, Lazio e Umbria. Nel comprensorio amiatino cresce su substrati alluvioni, calcari, travertini, marne, arenarie, argille, diaspri; in Maremma e nell’alto Lazio è legata quasi esclusivamente ai substrati alluvionali. Il suo range altitudinale va da 30 m fino a circa 930 m s.l.m.. E’ rinvenibile nelle garighe, nelle comunità camefitiche di ambienti soggetti a disturbo da piene e nelle praterie aride, su litosuoli da subalcalini ad alcalini (Angiolini, 2001)

Scabiosa uniseta Savi (Dipsacaceae) H scap.

Specie endemica, distribuita lungo tutta la catena appenninica dalla Liguria alla Calabria. E’ tipica dei prati e delle boscaglie sino a 1800 m di altitudine. 

Sesleria italica (Pamp.) Ujhelyi (Poaceae) H caesp.

Specie endemica dell’Italia centrale, piuttosto rara, presente sull’Appennino Tosco-emiliano e Umbro-marchigiano. Vegeta su pendii franosi, greti, spesso su marne ed argille, ad un’altitudine compresa tra 0 e 1200 m s.l.m. E’ comune sul greto del Torrente Trasubbie, dove costituisce stazioni disgiunte dall’areale appenninico.

 

Entità vicine al limite del loro areale di distribuzione

Anemone apennina L. (Ranunculaceae) G rhiz.

Specie sud est europea, presente nell’Italia peninsulare e in Sicilia. In questa area si trova prossima al limite nord-occidentale del suo areale di distribuzione. Entità tipica del bosco (soprattutto leccete, querceti e faggete), si ritrova da 0 a 1500 m di altitudine.

Opopanax chironium (L.) Koch (Apiaceae) H scap.

Specie mediterranea, considerata rara per l’Italia centrale; in Toscana è prossima al limite settentrionale del suo areale di distribuzione. Entità tipica degli incolti aridi, delle siepi e dei pascoli da 0 a 1800 m di altitudine.

Serratula cichoracea (L.) DC. subsp. mucronata (Desf) Lacaita (Asteraceae) H scap

Specie sud-ovest mediterranea, in Italia localizzata lungo le coste del medio e basso Tirreno. Il limite settentrionale, localizzato nella provincia di Grosseto, è confermato da Pignatti (1982) e Baldini (1995) che la indicano per il promontorio dell’Argentario e Arrigoni (2003) che ne segnala la presenza nel Parco della Maremma.

 

Entità rare e/o con distribuzione frammentaria

Aegilops triuncialis L. (Poaceae) T scap.

Specie submediterranea, rara, presente in Emilia Romagna, Veneto, Trieste e Istria, in tutto il litorale tirrenico dalla Liguria all’Italia meridionale e nell’Italia insulare (Pignatti, 1982, Chiarucci et al., 1995).

Bupleurum prealtum L. (Apiaceae) T scap.

Specie dell’Europa sud-orientale, presente ma rara in Italia, fino alla Sicilia. Vegeta tra 0 e 1200 m s.l.m., nei cedui e nei boschi degradati.

Centaurea cyanus L. (Asteraceae) T scap.

Specie subcosmopolita, un tempo molto comune in Italia, è diventata rara a causa delle concimazioni chimiche, dell’uso di diserbanti e delle arature profonde praticate nei coltivi. E’ tipica dei campi di cereali e raggiunge i 1500 m di altitudine.

Cephalaria leucantha (L.) Schrader (Dipsacaceae) H scap.

Specie sud-europea, con baricentro occidentale; in Italia si rinviene nel Carso Triestino, Piemonte, Liguria e Penisola fino al Pollino; vegeta su prati aridi su substrati calcarei, tra 0 e 1200 m s.l.m..

Glaucium flavum Crantz (Papaveraceae) H scap.

Specie euri-mediterranea, è presente sulle coste della Penisola, su ruderi, scarpate e spiagge sabbiose e, talvolta, sulle dune. Pur essendo prevalentemente litoranea risale nell’entroterra andando a costituire piccole popolazioni sul greto del Torrente Trasubbie.

Linum nodiflorum L. (Linaceae) T scap

Specie mediterranea con areale a gravitazione orientale; in Italia la sua distribuzione risulta frammentaria mentre per la Toscana è segnalata presso Scandicci – Firenze (Pignatti, 1982), il Bosco Rocconi (Angiolini et al., 2003) e il Torrente Trasubbie. 

Plantago maritima L. (Plantaginaceae) H ros.

Specie alofita, sudsiberiana-centroeuropea; in Italia il suo areale è limitato a Toscana e Romagna. Vegeta preferenzialmente nelle argille  plioceniche sub-salse, tra 0 e 300 m s.l.m..

Polanisia dodecandra (L.) DC. (Capparaceae) T scap

Specie avventizia nordamericana, rara ma in rapida espansione in Italia, è nota nella Padania, Liguria orientale, e Toscana. Vegeta negli incolti, scarpate e greti dei fiumi.

Ranunculus millefoliatus Vahl. (Ranunculaceae) H scap.

Specie mediterranea, rara e a distribuzione frammentaria; in Italia è segnalata per la Puglia e la Calabria, da dove irradia lungo il versante tirrenico raggiungendo la Liguria e la Toscana (Selvi & Fiorini, 1994). E’ tipica dei pascoli aridi e delle garighe fino a 1200 m di altitudine, prevalentemente su calcare.

Scilla bifolia L. (Hyacinthaceae) G bulb.

Specie centro sud europea; nella penisola italiana è limitata alle zone montane più fresche. Nell’area del Monte Labbro è presente nei boschi mesofili, ma anche nelle radure erbose, dove acquisisce un carattere relittuale testimoniando la scomparsa di formazione boschive un tempo assai più estese. Entità tipica dei boschi di latifoglie, prevalentemente faggete; si ritrova da 500 a 2000 m di altitudine.

Velezia rigida L. (Caryophyllaceae) T scap

Specie mediterranea-turanica, diffusa in Sicilia e Sardegna ma rara nella Penisola, trova in Toscana il limite settentrionale di distribuzione. Exsiccata dell’Herbarium Centrale Italicum di Firenze ne testimoniano la presenza nelle colline ed incolti aridi presso Firenze (Impruneta, Fiesole), Isola d’Elba e nel Senese.

 

I dati attuali, pur frutto di una indagine preliminare che necessita di ulteriori approfondimenti sia per il completamento della flora che per l’analisi delle emergenze floristiche (stime degli areali, individuazione delle cause di minaccia e proposta di adeguate misure per la conservazione), permettono di individuare un ecosistema in discrete condizioni di naturalità e caratterizzato da un ricco contingente floristico con 8 endemiti, 3 entità prossime al limite di distribuzione e 11 specie rare o con distribuzione frammentaria. Il Torrente Trasubbie infatti si presenta come un corridoio ecologico per le numerose specie calcicole e oroipsofile dei rilievi del Monte Buceto e dell’Alta Valle dell’Albegna e che si rinvengono anche a bassa quota (per es. Satureja montana, Sesleria italica, Cephalaria leucantha e Phleum ambiguum), e per le specie litoranee e glareicole, talvolta psammofile come Euphorbia barrelieri e Glaucium flavum, che risalgono costituendo stazioni eterotopiche.

Il SIR “Torrente Trasubbie” costituisce pertanto, nel quadro delle conoscenze botaniche della Toscana Meridionale, un’area estremamente interessante, grazie alla molteplicità di ambienti dalle caratteristiche edafico-ecologiche anche molto diverse, alla presenza di un gran numero di cenosi differenti, con relativi valori elevati della biodiversità vegetale e la presenza di una discreta quantità di emergenze floristiche.

 

 

 

3.3.                    Avifauna

3.3.1.                           Cenni metodologici

Per l’analisi della componente avifaunistica presente nel territorio studiato, sono state adottate le seguenti metodologie di indagine:

·        ricerche bibliografiche di materiale edito e non pubblicato relative ai popolamenti dell'area di studio;

·        indagine sul campo limitatamente al periodo riproduttivo 2002;

·        raccolta di dati provenienti da comunicazioni personali di ricercatori;

 

3.3.2.                           Le fonti documentarie edite e inedite

La documentazione bibliografica, edita e inedita, relativa al territorio in esame appare piuttosto scarsa.

Di seguito si riportano gli estremi bibliografici delle fonti edite consultate, e indicazioni riguardanti quelle inedite.

Le fonti bibliografiche che hanno fornito il maggior numero di informazioni, benché non riferite specificatamente all'area d'indagine, sono l'Atlante degli uccelli svernanti e nidificanti in Toscana (Tellini Florenzano et al, 1997); i rilievi sono relativi alle Tavolette I.G.M. (93 kmq ca.) e presentati pertanto a piccola scala. Nel testo sono tuttavia reperibili indicazioni relative ai singoli siti censiti, soprattutto per le specie che utilizzano habitat circoscritti o per alcune specie rare); l'Atlante degli uccelli svernati in Provincia di Grosseto (Corsi e Giovacchini, 1995) e la monografia  I rapaci diurni delle Provincia di Siena e Grosseto (Scoccianti e Scoccianti, 1995).

 

E’ stata inoltre consultata la “Banca dati” del Centro Ornitologico Toscano, un archivio contenente tutti i dati relativi a ricerche, censimenti e altri studi condotti a scala regionale o locale (per i particolari su tali archivi si rimanda in Allegato).

In particolare sono stati consultati i seguenti archivi:

-        Progetto BBS Toscana;

-        Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti in Toscana;

-        Cronaca ornitologica;

-        Censimenti degli uccelli acquatici svernanti in Toscana (1984-2001);

-        Progetto uccelli notturni;

-        Monitoraggio degli uccelli nidificanti in Toscana;

 

E’ stata inoltre consultata la lista EBN Italia, una mailing list che raccoglie le osservazioni di ornitologi in tutta Italia (sito presso www.ebnitalia.it; indirizzo: ebnita-LIST@yahoogroups.com). Le segnalazioni riportano di solito, oltre alle specie osservate, la localizzazione dei siti di osservazione, a scala di dettaglio variabile, e la fenologia. Sono stati consultati i reports dal 1998 al 2002.

Infine, sono state tratte informazioni dal database RENATO (Repertorio Naturalistico Toscano), un archivio consultabile sul sito web della Regione Toscana che comprende segnalazioni e dati relativi a oltre venti anni (1980-2002) e riguardanti 80 specie di rilevanza conservazionistica.

 

La maggior parte delle informazioni reperite non è riferibile in modo specifico all’area di studio, in quanto i risultati delle principali fonti consultate sono riportati a scala più ampia (tavoletta IGM, Comune, ecc.), come mostra la figura 6.4.I in allegato 6.4. La tabella 3.3.I riporta tutte le specie per le quali esiste almeno una segnalazione; poiché i dati hanno diversi riferimenti geografici, si riportano gli estremi bibliografici di provenienza.

Complessivamente, la check list bibliografica comprende 78 specie.

I risultati dell’indagine bibliografica sono riportati con maggior dettaglio, in allegato 6.4.

 


 

Tab. 3.3.I – Check list bibliografica

Nome italiano

Nome scientifico

Atlante nidificanti

Atlante svernanti

BBS

Cronache ornitologiche

MITO

Progetto notturni

RENATO

Rapaci diurni Prov. di GR

Falco pecchiaiolo

Pernis apivorus

 

 

 

 

 

 

 

x

Nibbio bruno

Milvus migrans

 

 

 

 

 

 

 

x

Biancone

Circaetus gallicus

 

 

 

 

 

 

 

x

Albanella minore

Circus pygargus

 

 

 

 

 

 

 

x

Sparviere

Accipiter nisus

 

 

 

 

 

 

 

x

Poiana

Buteo buteo

 

x

x

 

 

 

 

x

Gheppio

Falco tinnunculus

x

x

x

 

 

 

x

x

Lodolaio

Falco subbuteo

 

 

 

 

 

 

 

 

Colombaccio

Columba palumbus

 

x

 

 

 

 

 

 

Rondine

Hirundo rustica

x

 

x

 

 

 

 

 

Quaglia

Coturnix coturnix

x

 

x

 

 

 

 

 

Fagiano

Phasianus colchicus

x

 

x

 

 

 

 

 

Occhione

Burhinus oedicnemus

x

 

 

x

 

 

x

 

Corriere piccolo

Charadrius dubius

x

 

 

 

 

 

 

 

Pavoncella

Vanellus vanellus

 

x

 

 

 

 

 

 

Tortora dal collare orientale

Streptopelia decaocto

 

 

x

 

 

 

 

 

Tortora

Streptopelia turtur

x

 

 

 

 

 

 

 

Cuculo

Cuculus canorus

x

 

x

 

 

 

 

 

Assiolo

Otus scops

x

 

 

 

 

x

 

 

Civetta

Athene noctua

 

 

 

 

 

x

 

 

Allocco

Strix aluco

x

 

 

 

 

x

 

 

Succiacapre

Caprimulgus europaeus

x

 

 

 

 

 

 

 

Rondone

Apus apus

x

 

x

 

 

 

 

 

Gruccione

Merops apiaster

x

 

x

 

 

 

 

 

Upupa

Upupa epops

x

 

x

 

 

 

 

 

Torcicollo

Jynx torquilla

x

 

x

 

 

 

 

 

Picchio verde

Picus viridis

x

x

x

 

x

 

 

 

Picchio rosso maggiore

Picoides major

 

 

 

 

x

 

 

 

Cappellaccia

Galerida cristata

x

x

x

 

x

 

 

 

Tottavilla

Lullula arborea

x

x

x

 

x

 

x

 

Allodola

Alauda arvensis

x

 

x

 

 

 

 

 

Calandro

Anthus campestris

x

 

 

 

 

 

 

 

Pispola

Anthus pratensis

 

x

 

 

 

 

 

 

Ballerina gialla

Motacilla cinerea

 

x

 

 

 

 

 

 

Ballerina bianca

Motacilla alba

x

x

 

 

 

 

 

 

Passera scopaiola

Prunella modularis

 

x

 

 

 

 

 

 

Passero solitario

Monticola solitarius

x

 

 

 

 

 

 

 

Merlo

Turdus merula

x

x

x

 

 

 

 

 

Tordo bottaccio

Turdus philomelos

 

x

 

 

 

 

 

 

Beccamoschino

Cisticola juncidis

x

x

x

 

 

 

 

 

Cannareccione

Acrocephalus arundinaceus

x

 

 

 

 

 

 

 

Sterpazzolina

Sylvia cantillans

x

 

x

 

 

 

 

 

Sterpazzola

Sylvia communis

x

 

x

 

 

 

 

 

luì piccolo

Phylloscopus collybita

x

 

x

 

 

 

 

 

Fiorrancino

Regulus ignicapillus

x

 

x

 

 

 

 

 

Cincia mora

Parus ater

x

 

x

 

 

 

 

 

Cinciarella

Parus caeruleus

x

x

x

 

 

 

 

 

Cinciallegra

Parus major

x

 

x

 

 

 

 

 

picchio muratore

Sitta europaea

x

x

 

 

 

 

 

 

Rampichino

Certhia brachydactyla

x

 

 

 

 

 

 

 

Rigogolo

Oriolus oriolus

x

 

x

 

x

 

 

 

Averla piccola

Lanius collurio

x

 

x

 

 

 

 

 

Averla cenerina

Lanius minor

x

 

 

 

 

 

 

 

Averla capirossa

Lanius senator

x

 

x

 

 

 

 

 

Ghiandaia

Garrulus glandarius

x

x

x

 

 

 

 

 

Gazza

Pica pica

x

x

x

 

 

 

 

 

Taccola

Corvus monedula

x

x

x

 

 

 

 

 

Cornacchia grigia

Corvus cornix

x

x

x

 

 

 

 

 

Passera d'Italia

Passer italiae

x

x

x

 

 

 

 

 

Passera mattugia

Passer montanus

x

x

x

 

 

 

 

 

Fringuello

Fringilla coelebs

x

x

x

 

 

 

 

 

Verzellino

Serinus serinus

x

x

x

 

 

 

 

 

Verdone

Carduelis chloris

x

x

x

 

 

 

 

 

Cardellino

Carduelis carduelis

x

x

x

 

 

 

 

 

Fanello

Carduelis cannabina

 

x

 

 

 

 

 

 

Balestruccio

Delichon urbica

x

 

x

 

 

 

 

 

Scricciolo

Troglodytes troglodytes

x

x

x

 

 

 

 

 

Pettirosso

Erithacus rubecula

x

x

x

 

 

 

 

 

Usignolo

Luscinia megarhynchos

x

 

x

 

 

x

 

 

Saltimpalo

Saxicola torquata

x

x

x

 

 

 

 

 

Tordela

Turdus viscivorus

 

 

x

 

 

 

 

 

Usignolo di fiume

Cettia cetti

x

 

x

 

 

 

 

 

Canapino

Hippolais polyglotta

x

 

x

 

 

 

 

 

Occhiocotto

Sylvia melanocephala

x

x

x

 

 

 

 

 

Capinera

Sylvia atricapilla

x

x

x

 

 

 

 

 

Codibugnolo

Aegithalos caudatus

x

x

x

 

 

 

 

 

Zigolo nero

Emberiza cirlus

x

x

x

 

 

 

 

 

Strillozzo

Miliaria calandra

x

x

x

 

 

 

 

 

 

 


 

3.3.3.                           L'indagine in Campo

L’indagine sull'avifauna ha interessato esclusivamente le comunità nidificanti; queste sono infatti considerate le più idonee a caratterizzare il territorio in esame. Per ciò che concerne l’avifauna svernante si è ritenuto sufficiente analizzare le fonti bibliografiche, mentre non vi sono informazioni relative ai periodi migratori.

 

I rilievi sull’avifauna sono stati effettuati nel periodo marzo-luglio 2002; I rilievi effettuati hanno permesso di individuare tutte le specie che concentrano l’attività riproduttiva, e quindi l’emissione del canto territoriale, in periodo primaverile-estivo.

I rilievi sono stati effettuati tramite:

-        transetti lineari standard

-        rilievi integrativi

-        rilievi occasionali e comunicazioni personali

 

Per censire le specie di uccelli nidificanti, si è fatto ricorso al metodo degli itinerari campione o transetti lineari, un metodo da tempo largamente utilizzato a scala mondiale nei monitoraggi delle popolazioni di uccelli (Järvinen e Väisänen, 1976; Bibby et al., 1992) e ormai frequentemente applicato anche in Italia. Il metodo del transetto prevede di percorrere a velocità costante (circa 30 metri al minuto), un itinerario prestabilito, registrando tutti gli uccelli rilevati. Nell'area in esame il percorso effettuato, per una lunghezza di 3,4 km, ha un andamento parallelo all'asta fluviale, dalla località Case Pian d'Orneta alla località Serbatoio.

Sono state effettuate tre uscite in data 26 aprile, 21 maggio e 19 giugno.

Per poter effettuare ulteriori elaborazioni, sono stati tenuti distinti gli individui contattati all’interno di una fascia 50 m a destra e a sinistra dell’osservatore. Per ogni individuo è stata inoltre annotata l'attività (canto territoriale, altre emissioni sonore, semplice avvistamento), per l'inserimento di ciascuna specie in una categoria fenologica.

 

Sono stati inoltre effettuati rilievi integrativi per accertare la presenza di specie dalle abitudini notturne e crepuscolari, tra la quali l’occhione (Burhinus oedicnemus).Per queste specie si è fatto uso di emissione di canti registrati (play back), al fine di stimolare l'emissione di vocalizzazioni da parte di individui presenti nell'area. Questo metodo viene frequentemente utilizzato per il censimento di questa specie.

Altri rilievi integrativi sono stati effettuati rilievi tramite punti di ascolto.

 

I dati raccolti sono stati integrati da informazioni ottenute con rilievi occasionali o fornite agli scriventi da altri ricercatori (comunicazioni personali).

 

Per quanto riguarda lo status fenologico delle specie rilevate, quelle ritenute nidificanti nell'area sono state classificate secondo le categorie utilizzate per il Progetto Atlante Italiano (Meschini e Frugis, 1993), come specificato in allegato 6.1.2.  Le specie rilevate nel corso dell'indagine e ritenute non nidificanti nell'area, sono state attribuite alle seguenti categorie fenologiche:

·        Specie estiva - specie presente in periodo riproduttivo ma di cui si ritiene improbabile la nidificazione (individui immaturi, ambiente non idoneo), secondo le indicazioni contenute in Tellini Florenzano et al. (1997)

·        Specie migratrice - specie rilevata con individui in migrazione

·        Specie a fenologia sconosciuta – specie alla quale non è possibile attribuire alcuna delle categorie fenologiche indicate

 

Quale base per i rilievi in campo, è stata utilizzata la cartografia CTR 1:10.000, con le maglie quadrate GAUSS-BOAGA 1km x 1km come unità di riferimento. L’area di studio interessa interamente o in parte 52 maglie. I rilievi sono stati effettuati in 18 maglie (circa un terzo del totale), individuate in modo da interessare tutte le tipologie ambientali presenti, anche se non in modo omogeneo. La distribuzione dei punti di rilievo è riportata nella tavola 3.3.I.

 

Superficie totale area di studio (SIR)

1381,7 ha

N. totale di maglie

52

N. di maglie visitate

18 (34,6%)

 

Tutti i dati raccolti sono andati a costituire un archivio informatizzato dal quale è stato possibile, mediante analisi GIS, effettuare elaborazioni sulla distribuzione delle specie sul territorio, anche in relazione alle tipologie stazionali presenti.

Nel complesso, l’indagine effettuata ha consentito di ottenere il quadro generale dell'avifauna nidificante nell'area; i dati ottenuti sono sufficienti per fornire indicazioni di massima sulla consistenza delle varie popolazioni.

Una analisi delle popolazioni nidificanti, con calcolo degli indici maggiormente utilizzati (Farina, 1987), è stata effettuata per i dati provenienti dal transetto standard.


 

Fig. 3.3.I - Distribuzione dei rilievi

Casella di testo:
 

Nel corso dei rilievi sono state individuate 58 specie, suddivise in 4 categorie fenologiche. La check list delle specie rilevate e la struttura fenologica del popolamento sono riportate nelle tabelle seguenti.

 

Tab. 3.3.II- Check list

Nome italiano

Nome scientifico

Status

Garzetta

Egretta garzetta

E

Airone cenerino

Ardea cinerea

E

Germano reale

Anas platyrhynchos

ne

Falco pecchiaiolo

Pernis apivorus

ne

Biancone

Circaetus gallicus

ne

Albanella minore

Circus pygargus

ne

Poiana

Buteo buteo

ne

Gheppio

Falco tinnunculus

ne

Fagiano

Phasianus colchicus

np

Gallinella d'acqua

Gallinula chloropus

ne

Occhione

Burhinus oedicnemus

nc

Corriere piccolo

Charadrius dubius

ne

Fratino

Charadrius alexandrinus

m

Piro piro piccolo

Actitis hypoleucos

m

Gabbiano reale

Larus cachinnans

E

Colombaccio

Columba palumbus

np

Tortora dal collare orientale

Streptopelia decaocto

np

Tortora

Streptopelia turtur

np

Cuculo

Cuculus canorus

np

Assiolo

Otus scops

np

Succiacapre

Caprimulgus europaeus

np

Gruccione

Merops apiaster

ne

Ghiandaia marina

Coracias garrulus

ne

Upupa

Upupa epops

np

Picchio verde

Picus viridis

ne

Picchio rosso maggiore

Picoides major

ne

Cappellaccia

Galerida cristata

np

Tottavilla

Lullula arborea

np

Rondine

Hirundo rustica

np

Ballerina bianca

Motacilla alba

np

Pettirosso

Erithacus rubecula

np

Usignolo

Luscinia megarhynchos

np

Saltimpalo

Saxicola torquata

ne

Merlo

Turdus merula

np

Beccamoschino

Cisticola juncidis

nc

Canapino maggiore

Hippolais icterina

m

Canapino

Hippolais polyglotta

np

Sterpazzolina

Sylvia cantillans

np

Occhiocotto

Sylvia melanocephala

np

Sterpazzola

Sylvia communis

np

Capinera

Sylvia atricapilla

np

Luì piccolo

Phylloscopus collybita

np

Codibugnolo

Aegithalos caudatus

np

Cinciarella

Parus caeruleus

np

Cinciallegra

Parus major

np

Picchio muratore

Sitta europaea

ne

Rigogolo

Oriolus oriolus

np

Ghiandaia

Garrulus glandarius

nc

Gazza

Pica pica

ne

Taccola

Corvus monedula

ne

Cornacchia grigia

Corvus corone cornix

np

Storno

Sturnus vulgaris

ne

Passera d'Italia

Passer italiae

ne

Fringuello

Fringilla coelebs

np

Verzellino

Serinus serinus

np

Cardellino

Carduelis carduelis

np

Zigolo nero

Emberiza cirlus

nc

Strillozzo

Miliaria calandra

np

 

Legenda

E = specie estiva; Ne = specie nidificante eventuale; Np = specie nidificante probabile; Nc = specie nidificante certa; m = specie migratrice

 

 

Tab. 3.3.III - Struttura della popolazione

Ricchezza specifica totale

58

Specie nidificanti (Ne+Np+Nc)

52

Specie migratrici

3

Specie estive

3

 

La Fig. 3.3.II mostra alcune tavole di distribuzione relative alle specie più interessanti.

 (fig.3 - omissis)


 

3.3.3.1.                                              Analisi del transetto

Il rilievo tramite il metodo standard del transetto è stato effettuato in ambiente fluviale e in modo da risultare parallelo all'asta; le tipologie vegetazionali presenti nell'area di studio non risultano pertanto rappresentate in modo uniforme. La tabella 3.3.IV mostra le superfici interessate dalle diverse tipologie vegetazionali, nel SIR e nell'area del transetto (ottenuta moltiplicando la lunghezza per un buffer di 50 m).

Si è voluto indagare con maggior dettaglio il popolamento nidificante negli ambienti caratteristici del corso del Torrente poiché questi costituiscono l'elemento di maggior pregio dell'area; gli ampi greti ghiaiosi del Trasubbie infatti ospitano habitat in buono stato di conservazione, che si contrappongono a quelli di altri bacini fluviali toscani, molto degradati e modificati da interventi di regimazione e di sistemazione e/o caratterizzati da qualità delle acque assai scadenti. In generale, il reticolo idrografico della Toscana meridionale costituisce un sistema di grande valore paesistico.

 

Tab. 3.3.IV

Tipologia

Sup. totale (ha)

%

Sup transetto

%

seminativi (2.1.1.)

183

13,2

1,95

3,08

colture temporanee associate a colture permanenti (2.4.1.)

18

1,3

0,00

0,00

aree prevalentemente occupate da colture agrarie con presenza di spazi naturali importanti (siepi e/o arbusteti) (2.4.3.)

118

8,5

12,76

20,11

boschi di latifoglie (3.1.1.)

446,6

32,3

0,65

1,03

zone caratterizzate da vegetazione arbustiva e/o erbacea non ulteriormente divisibili (3.2.)

176,8

12,8

7,93

12,49

aree a pascolo naturale e praterie (3.2.1.)

119,5

8,7

3,62

5,71

brughiere e cespuglieti (3.2.2.)

22

1,6

1,92

3,02

aree a vegetazione sclerofilla (3.2.3.)

60

4,3

5,04

7,94

mosaico di 3.2.3. e 3.2.4.

30,8

2,2

6,05

9,54

aree a vegetazione boschiva ed arbustiva in evoluzione (3.2.4.)

94

6,8

9,00

14,18

aree con vegetazione rada (3.3.3.)

44

3,2

2,97

4,68

corsi d’acqua (5.1.1.)

68,5

5

11,55

18,21

TOTALE

1381,2

 

63,44

 

 

 

Per l’analisi della composizione e della struttura delle comunità nidificanti, è stato considerato il numero massimo di individui per specie rilevati nel corso dei tre sopralluoghi effettuati, all'interno della fascia di 50 m a destra e a sinistra del rilevatore (cfr. § 3.3.3). Su tale numero sono stati calcolati e valutati i seguenti parametri di popolazione:

 

-         Ricchezza (S): numero complessivo di specie nidificanti rilevate.

-         Abbondanza: espressa come n° di individui/km rilevati.

-         Dominanza (pi): importanza relativa di ogni specie all’interno dell’intero popolamento studiato, che è data dal rapporto tra il numero di esemplari di ciascuna specie e il numero complessivo di individui presenti nella comunità ed è espressa dalla seguente formula: pi = ni/∑ n. Oelke (1980) distingue 4 valori di dominanza: pi > 5% (specie dominante); 2%≤ pi ≤ 5% (specie subdominante); 2% ≤ pi ≤ 1%(specie influente); pi <1% (specie recedente).

-         Nd: numero di specie dominanti.

-         Diversità (H’): calcolata con la formula di Shannon: H’ = – ∑ pi log pi dove pi è l’abbondanza relativa della specie i-esima (Shannon e Weaver, 1949). Essa esprime la probabilità di trovare esemplari appartenenti a più specie diverse nel corso dei campionamenti.

-         Equiripartizione (J’): calcolata con la formula della eveness di Pielou (1966): J’= H’/H’ max dove H’ è la diversità di Shannon e H’ max= log S (S= ricchezza). Essa varia tra 0 e 1.

-         Rapporto fra non passeriformi e passeriformi (np/p)

 

 

Le tabelle 3.3.V e 3.3.VI riportano in dettaglio i risultati dei rilievi tramite transetto e i parametri della popolazione nidificante che ne scaturiscono.

 

Tab. 3.3.V - Risultati

Specie

MAX

ind/km

pi (%)

Occhiocotto

42

12,35

16,94

Zigolo nero

25

7,35

10,08

Tortora

14

4,12

5,65

Capinera

13

3,82

5,24

Gruccione

13

3,82

5,24

Cardellino

11

3,24

4,44

Strillozzo

11

3,24

4,44

Ghiandaia

10

2,94

4,03

Cinciarella

9

2,65

3,63

Gazza

9

2,65

3,63

Rondine

9

2,65

3,63

Canapino

8

2,35

3,23

Cinciallegra

8

2,35

3,23

Codibugnolo

8

2,35

3,23

Cornacchia

8

2,35

3,23

Cappellaccia

6

1,76

2,42

Occhione

6

1,76

2,42

Passera d'Italia

6

1,76

2,42

Tottavilla

6

1,76

2,42

Beccamoschino

4

1,18

1,61

Usignolo

4

1,18

1,61

Verzellino

4

1,18

1,61

Corriere piccolo

2

0,59

0,81

Germano reale

2

0,59

0,81

Sterpazzolina

2

0,59

0,81

Albanella minore

1

0,29

0,40

Cuculo

1

0,29

0,40

Fagiano

1

0,29

0,40

Gallinella d'acqua

1

0,29

0,40

Merlo

1

0,29

0,40

Poiana

1

0,29

0,40

Rigogolo

1

0,29

0,40

Sterpazzola

1

0,29

0,40

 

 

Tab. 3.3.VI - Struttura della popolazione nidificante

S

Nd

H’

J’

np/p

33

5

3,07

0,88

0,03

 

 

Complessivamente nel transetto è stata rilevata la presenza di 33 specie nidificanti. Altre 3 specie presenti lungo il transetto non sono state inserite in questa analisi poiché non nidificanti nell'area: il gabbiano reale, che utilizza l'area indagata per il riposo diurno e il foraggiamento, il canapino maggiore e il piro-piro piccolo, entrambe specie migratrici in sosta.

Le dominanti sono risultate 5, nell’ordine occhiocotto, zigolo nero, tortora, capinera e gruccione. Le subdominanti sono 14, le influenti sono 3 e le recedenti sono 11. Da notare, fra le specie subdominanti, la presenza dell'occhione.

Analizzando in dettaglio l’elenco, si nota la presenza di 5 specie di interesse conservazionistico (cfr. § 3.3.4), cioè con sfavorevole status di conservazione. Eccetto l'albanella minore (recedente) queste specie sono presenti con una frequenza percentuale piuttosto alta (subdominanti) e quindi probabilmente con un elevato numero di coppie.

 

3.3.3.2.                                              Il popolamento nidificante

Nell’ambito dell’area di studio si possono riconoscere le seguenti unità ambientali omogenee per l’avifauna:

·        Aree agricole e formazioni naturali a prevalenza di specie erbacee con presenza di vegetazione ecotonale; arbusteti e garighe non in ambito fluviale

·        Aree antropizzate

·        Formazioni forestali a prevalenza di specie arboree

·        Corsi d’acqua e formazioni a prevalenza di specie arboree igrofile; greto fluviale

 

Aree agricole-pastorali e formazioni a prevalenza di specie erbacee con presenza di vegetazione ecotonale; arbusteti e garighe

E’ attribuibile a questa unità una superficie di circa 840 ha, il 60% dell’area oggetto di studio. Vi si rinvengono seminativi di tipo estensivo, prati da sfalcio, incolti, praterie seminaturali a mosaico con oliveti o vigne, a maglia fitta e a campi chiusi, orti, aree destinate al pascolo ovino. A questi si alternano le formazioni a gariga e prateria steppica o xerica in genere.

Sono le zone nelle quali si trova il maggior numero di specie di interesse conservazionistico. Queste sono utilizzate come aree di foraggiamento, di caccia, o come siti di nidificazione. Alcune delle specie rilevate, più comuni e di minor interesse ecologico e conservazionistico, legate a questi ambienti sono fagiano (phasianus colchicus), colombaccio (Columba palumbus), tortora dal collare orientale (Streptopelia decaocto) e tortora selvatica (Streptopelia turtur), ballerina bianca (Motacilla alba), usignolo (Luscinia megarhynchos), saltimpalo (Saxicola torquata), merlo (Turdus merula), beccamoschino (Cisticola juncidis), canapino (Hippolais polyglotta), sterpazzolina (Sylvia cantillans), occhiocotto (Sylvia melanocephala), sterpazzola (Sylvia communis), rigogolo (Oriolus oriolus), gazza (Pica pica), zigolo nero (Emberiza cirlus), strillozzo (Miliaria calandra), oltre a specie spiccatamente antropofile che frequentano soprattutto coltivi (cfr. § Aree antropizzate).

In questa unità ambientale sono state individuate anche specie di rilievo faunistico e conservazionistico come tottavilla (Lullula arborea) e cappellaccia (Galerida cristata). La popolazione toscana di tottavilla (specie migratrice a corto raggio, nidificante e svernante; in Toscana anche in parte sedentaria) presenta un andamento demografico negativo, provocato dai cambiamenti ambientali che interessano i paesaggi collinari e montani (Lapini in Tellini Florenzano et al., 1997). Nella Lista Rossa Toscana (Sposimo e Tellini, 1995) era considerata specie non minacciata ma la recente revisione delle segnalazioni degli ultimi 20 anni, realizzata nell'ambito del progetto RENATO (cfr. § 6.4) ha portato all'inserimento della tottavilla tra le specie 'prossime alla minaccia' (RENATO, 2002).Nei 3400 m di lunghezza del transetto sono risultati presenti 3 maschi in canto e sono stati osservati altri 4 individui. La popolazione toscana nidificante è stimata in 1000-4000 coppie (Lapini in Tellini Florenzano et al., 1997). La cappellaccia (specie sedentaria) è una delle specie nidificanti rinvenute nell'area di studio maggiormente legata agli ambienti aperti. Evita infatti qualsiasi tipo di area boscata (comprese siepi e alberature) mentre la si rinviene in greti fluviali e zone pascolate (Lapini in Tellini Florenzano et al., 1997). La popolazione regionale è stimata in 1500-5000 coppie; sebbene ad oggi sia ritenuta non minacciata, la specie appare in diminuzione in Toscana, analogamente a quanto avviene a scala continentale (Tucker & Heath, 1994).

Tra i rapaci diurni legati alle zone aperte sono da menzionare albanella minore (Circus pygargus), biancone (Circaetus gallicus), falco pecchiaiolo (Pernis apivorus) e gheppio (Falco tinnunculus). L'albanella minore (specie presente durante i periodi migratori e nidificante), ritenuta sicura in Europa (Tucker & Heath, 1994), in Toscana è inserita tra le specie altamente vulnerabili (Sposimo e Tellini, 1995) e ritenuta in pericolo in seguito ai risultati del progetto RENATO (RENATO, 2002). Come tutte le specie appartenenti agli Ordini dei Falconiformi e degli Accipitriformi, è inserita nella L.157/92 tra le specie oggetto di particolare tutela, anche dal punto di vista sanzionatorio, ed è inoltre inserita nell’Allegato I della ‘Direttiva Uccelli’. Nella Provincia di Grosseto, così come per la buona parte dei siti di nidificazione toscani, la specie appare minacciata dalla distruzione delle covate che vengono situate nei coltivi a causa della mancanza di aree marginali con vegetazione erbacea naturale (RENATO, 2002; Scoccianti e Scoccianti, 1995). La nidificazione albanella minore è stata oggetto di studi in Toscana (Perfetti, 2000) e alcuni lavori contengono indicazioni specifiche per la sua protezione (LIPU; in preparazione). Nell'area di studio è stato osservato un individuo nel mese di giugno; il territorio in esame fa parte della principale area di nidificazione toscana (RENATO, 2002). Il falco pecchiaiolo (specie migratrice e nidificante regolare) è stato osservato nei mesi di aprile e giugno, per un totale di 3 individui. In Toscana era inserito tra le specie non minacciate (Sposimo e Tellini, 1995) e la popolazione ritenuta in aumento almeno a scala locale (Sposimo, 1995).Alla luce dei risultati scaturiti dal progetto RENATO, la specie è stata invece inserita tra quelle prossime alla minaccia (RENATO, 2002). Tra le cause per la Provincia di Grosseto viene annoverata la riduzione dei complessi forestali e la gestione a ceduo di quelli residui (Scoccianti & Scoccianti, 1995), oltre alla perdita degli habitat di alimentazione costituiti da zone aperte (RENATO, 2002).Il biancone (specie migratrice e nidificante) è stato rilevato ad aprile e giugno in due stazioni, in entrambe le occasioni con 3 individui. L'area di studio appare quindi utilizzata da 1-2 coppie per il foraggiamento e non si può escludere che al suo interno vi siano anche siti di nidificazione. Il biancone frequenta le zone aperte per la ricerca di cibo che consiste principalmente in Ofidi; la caccia avviene in garighe, pascoli, coltivi, alvei fluviali ampi, radure. Per la nidificazione vengono utilizzati complessi forestali di grande estensione, sia di conifere che di latifoglie, generalmente caratterizzati da scarso disturbo antropico, (Occhiato in Tellini Florenzano et al., 1997), che possono trovarsi anche a notevole distanza dalle aree di alimentazione (RENATO, 2002). L'area indagata si trova all'interno di una vasta zona di grande importanza poiché delle 30-70 coppie stimate per la Toscana (Sposimo e Tellini, 1995), 20-22 si ritengono nidificanti nel grossetano. Questa specie era inserita nella Lista Rossa Toscana tra quelle rare (Sposimo e Tellini, 1995) ed è oggi ritenuta vulnerabile (RENATO, 2002); il biancone si trova in uno stato di conservazione negativo anche a livello nazionale e continentale. Le maggiori cause di minaccia sono la cessazione o riduzione del pascolo e l’evoluzione della vegetazione, che ha portato alla perdita di terreni aperti in aree collinari (RENATO, 2002) e, anche nella Provincia di Grosseto, la gestione a ceduo dei complessi forestali. Il gheppio (specie nidificante, migratrice e svernante; in Toscana in parte sedentaria) è stato rilevato soltanto in 2 quadrati, con due individui. Nidifica su pareti rocciose e in cavità di vario tipo (vecchi edifici, mura, viadotti, alberi, ecc.); i territori di alimentazione sono rappresentati da ambienti aperti, anche di limitata estensione, quali colture cerealicole, praterie, pascoli, alvei fluviali, ampie radure e pietraie. La consistenza della popolazione toscana nidificante non è ben conosciuta; nella Lista Rossa Toscana viene stimata in 200-500 coppie, in diminuzione (Sposimo e Tellini, 1995). Attualmente è ritenuta specie prossima alla minaccia (RENATO, 2002) soprattutto, nelle aree collinari e di pianura, a causa della perdita di habitat di alimentazione (zone pascolate e ad agricoltura estensiva) e di nidificazione (edifici rurali ricchi di cavità, pareti rocciose in aree indisturbate). Nella Provincia di Grosseto la popolazione è ritenuta al di sotto delle capacità portanti dell'area, limitata dall'uso di pesticidi, dalla mancanza siti per la nidificazione e, in misura minore, dal bracconaggio (Scoccianti e Scoccianti, 1995). Confrontando i dati ottenuti con quelli bibliografici risultano assenti lodolaio (Falco subbuteo) e nibbio bruno (Milvus migrans), indicati come nidificanti nel comprensorio amiatino (Scoccianti e Scoccianti, 1995).

Il gruccione (Merops apiaster) è legato alle zone aperte per l'alimentazione, mentre nidifica in colonie su pareti di terra o sabbia compatta e ben drenata, prive di vegetazione, dove scava gallerie nido. In Toscana questa specie è in espansione verso le aree interne, soprattutto nel senese e nell'aretino (Giannella in Tellini Florenzano et al., 1997) e sembra anche in aumento numerico; a scala continentale è invece ritenuta in declino (Tucker & Heath, 1994).

Il succiacapre (Caprimulgus europaeus), specie estiva nidificante e migratrice, è risultato presente in 2 quadrati; non è possibile effettuare una stima della coppie nidificanti nell'area poiché la specie ha abitudini crepuscolari e notturne, che richiederebbero apposite indagini. Tuttavia la presenza di 5 individui, di cui 3 in canto, fa supporre che l'area presenti caratteristiche idonee alla riproduzione di questa specie inserita nell'Allegato I della Direttiva Uccelli, ritenuta prossima alla minaccia in Toscana e in declino in tutta Europa. Il succiacapre è infatti legato ad ambienti asciutti e con un certo grado di copertura del suolo come prati cespugliati, garighe,  brughiere a Erica sp. pl., ampi greti fluviali, negli ecotoni tra pascoli e arbusteti (RENATO, 2002).

Dai rilievi emerge il mancato rilevamento di averla piccola (Lanius collurio), averla capirossa (Lanius senator) e averla cenerina (Lanius minor), specie estive nidificanti e migratrici, tutte segnalate in bibliografia. L'averla cenerina è ritenuta specie in pericolo (RENATO, 2002) e la stima di 200-500 coppie per la Toscana (Sposimo e Tellini, 1995) è senz'altro da rivedere verso il basso; questa specie è in declino in tutta Europa. L'entroterra grossetano è ritenuto la roccaforte della specie in Toscana. Assente anche l'averla capirossa, indicata come nidificante nel grossetano e oggi ritenuta in pericolo (RENATO, 2002). Di maggior rilievo appare l'assenza dell'averla piccola, specie indicata come ben distribuita nella regione, sebbene in declino (Dinetti in Tellini Florenzano et al., 1997) e ad oggi ritenuta vulnerabile (RENATO). Le specie del genere Lanius sono legate ad ambienti con elevata eterogeneità: seminativi di tipo tradizionale, pascoli, ricchi di vegetazione ecotonale, alternati a boschetti, arbusteti. La rarefazione generalizzata di queste specie viene attribuita alle modificazioni del paesaggio agrario (con scomparsa di siepi e alberature, abbandono delle aree sfavorevoli, riduzione del pascolo, ecc.) e, in misura sconosciuta, al degrado dei siti di svernamento. Data la scarsa contattabilità al canto (Sposimo in Tellini Florenzano et al., 1997) il mancato rilevamento nell'area di studio può essere in parte dovuto a difetto d'indagine. In ogni caso, nell'area indagata, le averle sono quantomeno molto scarse a dispetto della presenza, almeno apparente, di habitat ottimali.

Per quanto riguarda i rapaci notturni, in 4 quadrati è stato rilevato l'assiolo (Otus scops), specie inserita nella Lista 2 della LR 56/2000; nel corso di uno dei rilievi standard, effettuato a maggio, sono stati individuati 8 maschi in canto. Nidifica nelle cavità di alberi, in prossimità di aree aperte dove caccia principalmente grossi insetti (lepidotteri, ortotteri, coleotteri). Questa specie, inserita nella Lista Rossa Toscana tra quelle mediamente vulnerabili, è ad oggi ritenuta prossima alla minaccia a causa della modernizzazione delle pratiche agricole che determinano la scomparsa dei siti idonei alla riproduzione e, in seguito all'utilizzo di pesticidi, delle principali prede (RENATO; 2002).

 

Aree antropizzate

Nell'area di studio non sono presenti agglomerati urbani o industriali; la presenza antropica si riscontra, oltre che nelle attività agricole, nei casolari isolati sparsi costituiti quasi esclusivamente da fabbricati rurali con relativi annessi.

Il popolamento legato a questi ambienti è, per buona parte, costituito da specie originariamente legate agli ambienti rupestri e da entità generaliste e ubiquitarie che si adattano a riprodursi in una grande varietà di ambienti essendo anche capaci di sfruttare risorse trofiche differenziate. Alcune di esse inoltre, traggono vantaggio dalle attività dell'uomo.

Sugli edifici costruiscono il nido rondine (Hirundo rustica), storno (Sturnus vulgaris), passera d'Italia (Passer italiae), taccola (Corvus monedula), oltre al gheppio. I giardini, gli orti, le aree periurbane coltivate, ecc. sono frequentate anche da specie forestali o ecotonali quali merlo (Turdus merula), capinera (Silvya atricapilla), cinciarella (Parus caeruleus), cinciallegra (Parus major), alcuni fringillidi (Gen. Carduelis). Sono particolarmente favoriti dalle attività antropiche anche alcuni Corvidi, in particolare la cornacchia Grigia (Corvus corone cornix) e la gazza (Pica pica).

In queste aree non sono state rinvenute specie di elevato valore ecologico e conservazionistico. Tuttavia le aree rurali, formate da nuclei di vecchia costruzione e fabbricati tradizionali, possono costituire siti importanti per la nidificazione di specie di interesse quali il gheppio (Benucci in Tellini Florenzano et al., 1997; Sposimo in Tellini Florenzano et al., 1997) e varie specie di rapaci notturni. Fra questi ultimi  civetta e barbagianni, che sono con ogni probabilità presenti nell’area di studio ma non sono state individuate per difficoltà di rilevamento dovute alle abitudini notturne.

Non è stata inoltre rilevata la presenza della passera mattugia (Passer montanus).

 

Formazioni a prevalenza di specie arboree

Con circa 445 ha costituiscono il 32% della superficie dell'area di studio.

Tra le specie nidificanti più o meno strettamente legate agli ambienti forestali individuate nel corso dei rilievi, vi sono picchio rosso maggiore (Picoides major), picchio verde (Picus viridis), upupa (Upupa epops) e numerosi Passeriformi tra cui capinera (Sylvia atricapilla), pettirosso (Erithacus rubecula), picchio muratore (Sitta europea), luì piccolo (Phylloscopus collybita), ghiandaia (Garrulus glandarius), fringuello (Fringilla coelebs), oltre ai rapaci diurni già citati, che nidificano nei complessi forestali. Nei boschetti e nelle alberature (a latifoglie e a conifere) alternate a spazi aperti, le entità maggiormente caratterizzanti l’avifauna risultano capinera, verdone, cardellino, verzellino, codibugnolo (Aegithalos caudatus), oltre alle specie ubiquitarie già citate.

Solo alcune delle specie suddette sono legate a ecosistemi di bosco maturo. In particolare picchio rosso maggiore, picchio verde e picchio muratore utilizzano cavità in alberi di grosse dimensioni. Il picchio verde (sedentario in Toscana) nidifica in boschi di pianura e di collina, con alberi di dimensioni medio-grosse; non si dimostra molto selettivo nei confronti della specie ma è particolarmente abbondante nelle cerrete (Merendi, 1996; Puglisi in Tellini Florenzano et al., 1997) e nelle pinete. E' stato rilevato in 5 quadrati, per un totale di 7-8 coppie. Nella nostra Regione non sembra minacciato ma è indicato come in declino in Europa (Tucker & Heath, 1994). Il picchio rosso maggiore (sedentario) è risultato presente, forse con due coppie, in un solo quadrato. Tuttavia, come per il picchio verde, tali dati costituiscono probabilmente una sottostima poiché queste specie presentano un'attività canora piuttosto precoce e pertanto sarebbero necessari rilievi specifici effettuati nel periodo febbraio-marzo. in Toscana il picchio rosso maggiore nidifica in molti tipi di bosco: pinete, cerrete, castagneti da frutto, formazioni ripariali, ma diviene abbondante ove siano presenti alberi vecchi e senescenti (Tellini Florenzano in Tellini Florenzano et al., 1997). Il picchio muratore (sedentario) è fra le specie nidificanti in Toscana, forse quella che più caratterizza i boschi maturi; nell’area di studio è risultato presente in un solo quadrato, probabilmente con una sola coppia. Sebbene sia probabile un difetto di indagine nella stima delle coppie, nell'area di studio non sono presenti estese formazioni adatte alla specie che, in Toscana, nidifica principalmente in castagneti da frutto, vecchi parchi urbani e, più raramente, in boschi misti di latifoglie e faggete (Tellini Florenzano in Tellini Florenzano et al., 1997). La specie è ritenuta non minacciata in Toscana (la popolazione regionale è stimata in 6000-15000 coppie).

Osservando la check list bibliografica e i rilievi in campo si nota invece il mancato rilevamento di rampichino Certhia brachydactyla e torcicollo Jynx torquilla, due specie forestali che si riscontrano anche negli agroecosistemi ricchi di vecchi alberi (ad es. oliveti e campi con alberature). Queste due specie potrebbero essere presenti in scarso numero nell'area ed essere sfuggite ai rilevamenti (soprattutto perché entrambe cantano piuttosto precocemente) ma appare possibile anche una loro reale assenza, soprattutto per quanto riguarda il torcicollo, che negli ultimi anni sembra divenuto scarsissimo nella Toscana meridionale.

 

Corso d’acqua con formazioni ripariali e greto fluviale

Il corso d’acqua presenta formazioni di vegetazione ripariale che contribuiscono in maniera rilevante ad aumentare la complessità del mosaico ambientale: saliceti pionieri alternati a macchia e a formazioni ripariali arboree (22 ha circa) e, più evoluti, boschi igrofili ripariali a prevalenza di salici e pioppi (piccole aree per un totale di circa 4,5 ha). In queste formazioni sono state rilevate numerose specie, legate in generale ad ambienti ricchi di arbusti, alberi sparsi, boschetti alternati a radure (cfr. paragrafo precedente) ma che risultano particolarmente frequenti lungo i corsi d'acqua. Tra queste sono da segnalare sterpazzola (Sposimo in Tellini Florenzano et al., 1997), sterpazzolina (Tellini, 1994; Tellini Florenzano 1996b), canapino, tipico delle boscaglie ripariali degli alvei ghiaiosi, rigogolo (Oriolus oriolus), legato a boschi radi a mosaico con radure, che raggiunge le massime densità proprio in formazioni ripariali estese e mature (Sposimo in Tellini Florenzano et al., 1997).

Lungo il corso d'acqua, sono presenti formazioni a specie acquatiche ed elofite per circa 68 ha. Nel corso dell’indagine in campo non sono stati rilevati uccelli legati in modo specifico a questo tipo di ambiente (ad esempio specie del Genere Acrocephalus). La check list bibliografica comprende invece segnalazioni relative a cannareccione (Acrocephalus arundinaceus) e usignolo di fiume (Cettia cetti) probabilmente però non riferite all'area in esame.

Nelle aree di greto sono state rilevate varie specie non nidificanti nell'area o nelle sue immediate vicinanze, la cui presenza è riferibile a individui in migrazione, a subadulti che ancora non si riproducono oppure ad animali nidificanti a distanza anche rilevante, come ad es.  garzetta (Egretta garzetta), airone cenerino (Ardea cinerea), fratino (Charadrius alexandrinus), piro piro piccolo (Actitis hypoleucos), gabbiano reale (Larus cachinnans). Tali specie utilizzano il corso d'acqua e le aree di greto per alimentarsi. Nidificano invece nell'area di studio specie acquatiche come germano reale (Anas platyrhynchos) e gallinella d'acqua (Gallinula chloropus), entità sedentarie adattabili e, nel primo caso, forse ibridate con individui domestici. E' risultato nidificante anche il corriere piccolo (Charadrius dubius), rilevato in 3 quadrati probabilmente presente con 2-3 coppie. Una delle specie di maggiore rilievo conservazionistico ed ecologico rilevata nell'area di studio è l'occhione. Inserito nella Lista 2 della LR 56/2000, nell'Allegato I della Direttiva Uccelli, è ritenuto vulnerabile a livello continentale e specie in pericolo sia in Toscana che nel resto d'Italia (Tucker & Heath, 1994; RENATO, 2002; Bulgarini et al., 1998). La specie è stata rilevata in 9 quadrati su 18 indagati; questo dato non deve però essere considerato ai fini dell'abbondanza relativa, poiché l'occhione è stato oggetto di ricerche mirate tramite uso del play back. Questa indagine ha permesso di individuare 22 maschi in canto in una superficie di circa 13 km quadrati, una concentrazione ritenuta inusuale (RENATO, 2002). L’occhione nidifica in terreni aperti e asciutti, con copertura del suolo scarsa e discontinua. Lo si ritrova pertanto negli ampi alvei fluviali o comunque su suoli sassosi, ma anche in pascoli, dune sabbiose, salicornieti, garighe rade e coltivi. I territori di alimentazione possono coincidere con quelli di nidificazione ma gli occhioni possono spostarsi per alcuni km rispetto all'ubicazione del nido in cerca di prede costituite soprattutto da insetti. Il territorio in esame sembra presentare caratteristiche ottimali alla riproduzione di questa specie. Potenziali cause di minaccia a medio o forse anche a breve termine, sono rappresentate da:

-         la modernizzazione delle pratiche colturali, in quanto l'occhione si nutre principalmente di insetti (soprattutto coleotteri e ortotteri), sensibili all'utilizzo di fertilizzanti e pesticidi; inoltre, i campi coltivati hanno costituito siti idonei alla nidificazione fintanto che si alternavano in un mosaico piuttosto fitto a incolti, prati, pascoli; tale situazione permetteva alle coppie di insediarsi nei campi arati o nelle coltivazioni tardive, spostandosi via via sui campi con la vegetazione più bassa, fino a ritrovarsi nelle stoppie dei cereali (Chechi, 2001);

-         la cessazione del pascolo, poiché le aree con vegetazione molto bassa e ricche di insetti a causa delle deiezioni, costituiscono aree preferenziali di alimentazione e talvolta di nidificazione;

-         la canalizzazione e tutte le modificazioni dei letti fluviali ampi e sassosi; infatti le zone steppiche, che costituiscono l'optimum per la nidificazione dell'occhione, oggi sono ridotte a solo 205.000 ha di sistemi erbacei, i più importanti localizzati in Sardegna e in Puglia, nella Maremma tosco laziale e nella Sicilia meridionale (Petretti, 1995). In assenza di tali habitat, gli alvei fluviali possono costituire un importante succedaneo (Chechi, 2001);

Localmente la predazione dei nidi da parte di volpi e corvidi e secondariamente il disturbo antropico, possono agire negativamente sulle popolazioni. Lavori recenti (RENATO, 2002; Chechi, 2001) individuano quali misure principali per la conservazione dell’occhione proprio  la conservazione dei residui tratti fluviali con alvei estesi e ben conservati e il mantenimento/incremento del pascolo e delle attività agricole “a basso impatto” in aree marginali o svantaggiate di collina e pianura, all’interno dell’areale regionale della specie. Da considerare anche l'opportunità di avviare ricerche mirate in tutto l'areale regionale per migliorare la conoscenza di distribuzione, consistenza numerica e tendenza delle popolazioni, così come dei principali fattori limitanti. La popolazione Toscana nidificante è poco conosciuta in dettaglio e stimata in 75-200 coppie, concentrate nelle Province di Siena e Grosseto (Chechi, 2001; Favilli in Tellini Florenzano et al., 1997). La nidificazione dell'occhione nell'area di studio è stata accertata mediante il rinvenimento di un nido con uova nel quadrato 37 (vedi archivio fotografico).

Di estremo interesse il rilevamento, effettuato in una sola uscita, della ghiandaia marina (Coracias garrulus), specie in declino a scala continentale e considerata in pericolo a livello nazionale e regionale. In Toscana è estremamente rara e confinata quasi esclusivamente nella Provincia di Grosseto (Anselmi in Tellini Florenzano et al., 1997). Richiede la presenza di ambienti aperti con siepi e alberature, con vecchi alberi ricchi di cavità o ruderi che utilizza quali siti di nidificazione. L'ampio alveo del Trasubbie, soprattutto nelle zone adiacenti a campi con grandi alberi sparsi oppure a boschi sufficientemente maturi, appare un'area molto idonea a questa specie, che è presente anche nelle formazioni ripariali del Fiume Ombrone in zone prossime all'area d'indagine (Corsi I., ined.).

 

3.3.4.                           Emergenze avifaunistiche

L’area interessata dal presente studio rappresenta l’habitat effettivo o potenziale di alcuni elementi faunistici di particolare interesse in quanto rari, o a rischio, e comunque sensibili alle modificazioni dell’ambiente naturale indotte dalle attività antropiche.

Per valutare più correttamente l’importanza della popolazione nidificante, è stata elaborata una tabella che mostra il ‘valore’ delle singole specie in base al loro stato di conservazione. E’ stato considerato l’inserimento delle singole specie nelle “Liste Rosse” delle specie minacciate e in alcune Convenzioni internazionali e Direttive:

·        Lista Rossa degli uccelli nidificanti in Toscana” (Sposimo & Tellini, 1995) che indica quali specie si trovano, nella nostra regione, in uno stato di conservazione non favorevole;

·        Birds in Europe. Their conservation status” (Tucker & Heath, 1994), relativamente alle specie nidificanti. Tale opera contiene uno studio delle specie avifaunistiche nidificanti in Europa, dei trend delle popolazioni e degli areali, nonché delle cause di un eventuale declino di tali specie. In base ad una serie di parametri (tra cui proprio l’andamento delle popolazioni e degli areali), tutti gli uccelli nidificanti in Europa vengono inseriti in ‘Categorie di Status’ che riguardano lo “stato di salute” della specie;

·        Direttiva 79/409/CEE del Consiglio concernente la conservazione degli uccelli selvatici (nota come Direttiva Uccelli) del 2 aprile 1979. L’allegato I della Direttiva contiene un elenco di specie per le quali sono previste misure speciali di protezione

·        Libro Rosso degli Animali d’Italia’ (Bulgarini F., Calvario E., Fraticelli F., Petretti F., Sarrocco S., 1998), che contiene una lista delle specie minacciate;

·        L.R. 56 del 6 aprile 2000, legge concernente la conservazione e la tutela degli habitat naturali, della flora e della fauna. L’Allegato A lista 2 di tale legge contiene una lista di specie di interesse regionale “la cui conservazione può richiedere la designazione di Siti di Importanza Regionale (SIR)”

·        I risultati del progetto RENATO (cfr. § 6.4), repertorio naturalistico ottenuto mediante la raccolta, l’approfondimento e la riorganizzazione delle conoscenze disponibili sulle emergenze faunistiche presenti sul territorio toscano, e la loro rielaborazione. Tali indicazioni appaiono particolarmente importanti poiché hanno portato alla modificazione del giudizio sullo status di talune specie sul territorio toscano e saranno pertanto utilizzate per l’elaborazione della nuova Lista Rossa Toscana. Nella tabella 3.5.IV tali informazioni sono riportate di fianco a quelle relative alla “vecchia” Lista Rossa (Sposimo e Tellini, 1995), per un confronto immediato. Quest’ultimo dato è inoltre di particolare interesse poiché, oltre a costituire il risultato di uno studio recente e approfondito, riporta le categorie di status secondo le nuove categorie IUCN.

 

Di seguito si riporta l’elenco di tutte le specie incluse in almeno una delle principali normative e direttive concernenti la tutela della fauna.

 

Tab. 3.5.IV - Le emergenze faunistiche

Nome italiano

Nome scientifico

LR56/00

DIR79/409CEE

ETS

LRT

LRI

RENATO

Falco pecchiaiolo

Pernis apivorus

A2

AI

 

N

VU

NT

Biancone

Circaetus gallicus

A2

AI

R

C

EN

V

Albanella minore

Circus pygargus

A2

AI

 

B

VU

EN

Gheppio

Falco tinnunculus

A2

 

D

B*

 

NT

Occhione

Burhinus oedicnemus

A2

AI

V

B

EN

EN

Assiolo

Otus scops

A2

 

(D)

B*

LR

NT

Succiacapre

Caprimulgus europaeus

A2

AI

(D)

N

LR

NT

Gruccione

Merops apiaster

 

 

D

N

 

 

Ghiandaia marina

Coracias garrulus

A2

AI

(D)

B

EN

EN

Picchio verde

Picus viridis

 

 

D

N

LR

 

Cappellaccia

Galerida cristata

 

 

(D)

N

DD*

 

Tottavilla

Lullula arborea

A2

AI

V

N

 

NT

Rondine

Hirundo rustica

 

 

D

N

 

 

Saltimpalo

Saxicola torquata

 

 

(D)

N

 

 

 

Legenda

L.R. 56/2000 = specie inclusa nella Lista delle specie animali di interesse regionale (Lista 2);

DIR 79/409 CEE = specie inclusa nell’Allegato I della Direttiva “Uccelli”;

LRT = specie inclusa nella Lista Rossa degli uccelli nidificanti in Toscana (Sposimo e Tellini, 1995)  - B = specie altamente vulnerabile, B* = specie mediamente vulnerabile, C = specie rara, D = specie a categoria di status indeterminata, E = specie insufficientemente conosciuta, F = specie con popolazione autoctona minacciata di inquinamento genetico, N = specie che attualmente non sembra minacciata;

LRI = specie inclusa nel Libro Rosso della Fauna Italiana (Bulgarini et al., 1998); - EN = specie in pericolo, VU = specie vulnerabile, LR = specie a più basso rischio, DD = carenza di informazioni, NE = non valutato;

ETS = specie inclusa nell’elenco delle European Threathened Species (Tucker and Heath, 1994); - D = specie in declino, V = specie vulnerabile, R = specie rara;

RENATO = specie inclusa nella Lista di attenzione del Repertorio Naturalistico Toscano; V = specie vulnerabile, EN = specie in pericolo, NT = specie prossima alla minaccia

* Sottospecie Neumannii

 

 

Le specie rilevanti dal punto di vista conservazionistico sono 14, il 27% di quelle nidificanti rilevate. Tra queste, 6 costituiscono entità di rilievo per la conservazione della biodiversità nella nostra Regione.

Di grande importanza appaiono i pascoli con componenti arbustive e arboree, alternati a coltivi e aree boscate. Su vasta scala, le specie ornitiche legate tutti ambienti  che possono essere definiti come "agroecosistemi tradizionali", caratterizzati da appezzamenti di dimensioni ridotte, alta diversità delle colture, buona presenza di alberi sparsi, siepi, boschetti e altri elementi che conferiscono naturalità al paesaggio, scarso uso di prodotti chimici, sono quelle maggiormente interessate da trend negativi (Sposimo e Tellini, 1995; Tucker & Heath, 1994).In buona parte della Toscana questi ambienti sono ormai molto rari e sempre più frammentati, sostituiti da monocolture e aree urbanizzate, nelle aree pianeggianti o pedecollinari, oppure, in seguito all'abbandono, da arbusteti, boschi o rimboschimenti artificiali nelle aree collinari o montane svantaggiate.

In molte aree interne della Provincia di Grosseto tale fenomeni, che pure sono in atto, sono meno evidenti rispetto a quanto avviene nel resto della regione (e di gran parte del territorio italiano).

 

 

 

3.4.                    Ittiofauna, Erpetofauna e Teriofauna

3.4.1.                           Cenni metodologici

L'indagine su queste Classi è stata svolta esclusivamente su base bibliografica. Non sono stati effettuati specifici rilievi in campo; le segnalazioni riportate provengono da osservazioni effettuate durante i rilievi da altri  specialisti (ornitologi e botanici).

 

3.4.2.                           Le fonti documentarie edite ed inedite

Per quanto riguarda questi gruppi animali, le fonti documentarie che interessano in modo specifico l'area di studio sono estremamente scarse. Esistono alcuni documenti che forniscono utili segnalazioni di presenza di alcune specie, sebbene si riferiscano a un territorio più vasto.

 

Pesci

Le fonti bibliografiche consultate sono

·        Carta Ittica della Provincia di Siena. Amministrazione Provinciale di Siena (Loro R., 2001)

·        Contributo alla conoscenza del genere Rutilus Rafinesque in Italia e nei Balcani. Museo Regionale di Scienze Naturali Bollettino (Torino), 3: 131-172. (Bianco P. G., Taraborelli T. 1985)

 

è stato inoltre consultato l'archivio RENATO; anche per questa Classe, così come per l'avifauna, sul sito web della Regione Toscana è consultabile il Repertorio Naturalistico Toscano (RENATO). Dettagli sulle liste di attenzione sono riportati in allegato 6.5.

La consultazione di tale archivio ha fornito soltanto 2 segnalazioni al bacino del Trasubbie e del Trasubbino. Queste riguardano la rovella (Rutilus rubilio), segnalata nel Trasubbie in località Arcille, e il vairone (Leuciscus souffia Risso), segnalato sempre nel Trasubbie in località le Strette. La prima segnalazione tuttavia è molto vecchia (1981). Il vairone, specie reofila e moderatamente frigofila, è autoctono dell'Italia continentale e peninsulare ed è oggi in declino in gran parte del proprio areale a causa dell'inquinamento idrico.

Risultano inoltre presenti l'anguilla (Anguilla anguilla), il cavedano (Leuciscus cephalus) e il barbo tiberino (Barbus tyberinus) (Favilli L., com. pers.). Il cavedano è il ciprinide più comune nelle acque dolci italiane; frequenta infatti qualsiasi tipo di corso d’acqua, dai ruscelli e torrenti di mezza montagna sino ai canali ed al basso corso dei fiumi, pur preferendo il tratto medio dei corsi d’acqua.

 

Anfibi e Rettili

Tra i lavori consultati, i principali sono

·        Nuovi dati sulla distribuzione in Toscana meridionale di anfibi e rettili di interesse conservazionistico (Favilli et al. 2002; in corso di stampa)

·        Atlante provvisorio degli anfibi e dei rettili italiani (Societas Herpetologica Italica, 1997). Tale lavoro adotta come base cartografica il sistema UTM, con le cosiddette "particelle regionali", cioè i quadrati UTM 10 x 10 Km, in cui è stata suddivisa la penisola. Le notizie sulla presenza di anfibi e rettili posso essere quindi dedotte dall'esame della distribuzione su tale cartografia. L'area oggetto di studio è compresa nelle maglie PN93, PN94, PN83 e, per una piccola porzione, PN84.

 

E' stato inoltre consultato l'archivio RENATO (cfr. allegato 6.5) che non ha fornito alcuna segnalazione per l'area di studio.

La consultazione delle fonti bibliografiche non ha fornito nessun dato riferibile all'area di studio.

 

Mammiferi

L'opera di riferimento è costituita da

·        Atlante dei Mammiferi della Provincia di Grosseto (Sforzi & Ragni, 1997); anche questo lavoro adotta come base cartografica i quadrati UTM 10 x 10 Km. Anche in questo caso le notizie sulla presenza di mammiferi possono essere desunte dall'esame della loro distribuzione cartografata nei quadrati entro i quali è compresa l'area di studio.

 

Oltre a questo Atlante e all'archivio RENATO (cfr. Allegato 6.5), sono disponibili alcuni contributi che segnalano la presenza di specie di mammiferi nell'area considerata

·        Spettro trofico della volpe (Vulpes vulpes L.) e della faina (Martes foina Erxleben) in Provincia di Grosseto (Pozio & Gradoni, 1981)

·        Attuale distribuzione geografica e stima numerica del lupo (Canis lupus Linnaeus, 1758) sul territorio italiano (Boscagli, 1985)

·        La lontra in Toscana (Cenni, 1986) in: Cassola F. (a cura di), La lontra in Italia. Censimento, distribuzione e problemi di conservazione di una specie minacciata

 

Per quanto riguarda i mammiferi, dalle fonti bibliografiche consultate sono risultati presenti le specie indicate in tab 3.4.I.

 

Tab. 3.4.I - Check list bibliografica dei Mammiferi

Nome italiano

Nome scientifico

Riccio

Erinaceus europaeus

Ferro di cavallo maggiore

Rhinolophus ferrumequinum

Lepre comune

Lepus europaeus

Scoiattolo

Sciurus vulgaris

Campagnolo rossastro

Clethrionomys glareolus

Topo selvatico collo giallo

Apodemus flavicollis

Topo selvatico

Apodemus sylvaticus

Ratto nero

Rattus rattus

Topo domestico

Mus domesticus

Istrice

Hystrix cristata

Nutria

myocastor coypus

Volpe

Vulpes vulpes

Tasso

Meles meles

Donnola

Mustela nivalis

Puzzola

Mustela putorius

Faina

Martes foina

Martora

Martes martes

Cinghiale

Sus scrofa

Daino

Dama dama

Capriolo

Capreolus capreolus

 

 

Il riccio è una delle specie a maggiore diffusione nell'area di studio, grazie all'ampia valenza ecologica e alla facile reperibilità della specie. La presenza di strade molto transitate costituisce una delle maggiori cause di morte per questa specie che tuttavia attualmente si trova un buono stato di conservazione.

Anche la lepre risulta ben distribuita nell'area, anche se per questa specie devono essere considerate le immissioni a scopo venatorio, che ne condizionano la distribuzione e l'abbondanza. La lepre è legata ad ambienti a elevata eterogeneità (Sforzi e Ragni, 1997).

Tra i chirotteri viene segnalata la presenza soltanto del ferro di cavallo maggiore, indicato anche come la specie più numerosa e maggiormente diffusa in Provincia di Grosseto (Sforzi e Ragni, 1997); è inserito nell'Allegato II della Direttiva 92/43/CEE[1].

Lo scoiattolo risulta presente in uno dei quadrati UTM indagati da Sforzi e Ragni (1997), all'interno del quale ricade una parte dell'area di studio. La specie è indicata come in espansione territoriale in Provincia di Grosseto (Sforzi e Ragni, 1997). E' inserito nel Libro Rosso degli animali d'Italia (Bulgarini et al., 1998) tra le specie vulnerabili minacciate dalla competizione con specie simili introdotte e dall'alterazione degli habitat. Tra i Microtidi è presente il campagnolo rossastro, un'arvicola legata ad habitat boscati collinari dell'interno (Sforzi e Ragni, 1997). Fra i Muridi, oltre all'ubiquitario topo selvatico, vi sono segnalazioni storiche del topo selvatico collogiallo sul Torrente Trasubbie e in località baccinello. Questa specie è legata ad habitat forestali governati ad alto fusto. Presenti inoltre entità antropofile come il ratto nero e il topo domestico.

Nell'area di studio vi sono segnalazioni attuali e storiche (Baccinello) di istrice, specie inserita nell'allegato IV della Direttiva 92/43/CEE[2], legata ad ambienti con alternanza di aree boscate, incolti e coltivi di tipo tradizionale.

Tra i Carnivori sono presenti volpe, tasso, donnola, faina e martora, quest'ultima inserita nella Lista 2 - Allegato A della LR 56/2000[3]. Presenti anche segnalazioni storiche relative alla puzzola, specie inserita nell'Allegato 2 della LR 56/2000 e nell'Allegato IV della Direttiva 92/43/CEE, e ritenuta in declino nella provincia di Grosseto (Sforzi e Ragni, 1997).

Nell'area esiste una segnalazione storica relativa alla presenza della nutria, Roditore di origine sud-americana introdotto e allevato per la pelliccia, oggi ampiamente distribuito in Toscana.

Ampiamente distribuito risulta il cinghiale, analogamente a quanto detto per la lepre, anche grazie alle massicce immissioni non sempre ufficializzate (Sforzi e Ragni, 1997) in tutta la Provincia di Grosseto. Il daino invece risulta presente sul territorio provinciale in modo sporadico e frammentario, eccetto che per il parco della Maremma e l'area della Feniglia. Una segnalazione recente per l'area di studio, così come nel resto della Provincia, è probabilmente da attribuire alla presenza di piccoli nuclei o addirittura singoli individui fuggiti alla cattività, piuttosto che alla presenza di popolazioni consistenti e strutturate. Al contrario il capriolo risulta distribuito  in tutte le aree boscate della Provincia e le popolazioni sembrano in incremento numerico con conseguente espansione territoriale (Sforzi e Ragni, 1997).

 

3.4.3.                           Specie osservate durante i rilievi di campagna

Di sotto vengono riportate le segnalazioni di specie di rettili e anfibi rinvenute durante sopralluoghi effettuati in campo nel corso dei rilievi floristici.

 

Località

Data

Specie

Nome scientifico

N. individui

Podere Pian dei Meli (corso del Torrente Trasubbino)

25/06/02

Ramarro

Lacerta bilineata

1

Podere Pian dei Meli

21/06/02

 

Testudo hermanni

1

Molino di Scoiola

20/06/02

 

Testudo hermanni

1

Trasubbino

26/06/02

 

Testudo hermanni

1

 

La testuggine comune è autoctona in Provincia di Grosseto; diffusa soprattutto lungo la costa e nell'immediato entroterra, in ambienti di macchia, nelle pinete e nelle leccete, è conosciuta anche per località interne (Val di Farma, Oasi WWF Bosco di Rocconi). L'area di studio presenta caratteristiche ambientali potenzialmente idonee alla specie; non si può tuttavia escludere la presenza di individui sfuggiti alla cattività (Favilli L., Com. pers.). La testuggine comune è inserita nella Lista 2 dell'Allegato A della LR56/2000, e negli Allegati II e IV della Direttiva 92/43/CEE. E' inoltre ritenuta specie in pericolo (Endangered) a livello nazionale (Bulgarini et al., 1998).

 

 

 

 

4.   Valutazione dei risultati

4.1.                    Valore naturalistico degli habitat

La Carta del valore naturalistico è il punto conclusivo di un processo di analisi naturalistica del territorio messo a punto da NEMO Srl e che è inizialmente basato sulla rielaborazione della metodologia indicata da Arrigoni e Foggi (1988).

Il procedimento ha inizio dall’esame della Carta della vegetazione. Le differenti tipologie vegetazionali sono state raggruppate in categorie di naturalità, seguendo (con parziali modifiche) la scala proposta da Arrigoni e Foggi (1988). A tali categorie sono stati infatti attribuiti valori relativi a differenti gradi di naturalità, utilizzando in ordine inverso la scala proposta dagli Autori citati. Tale scala si basa sulla distanza tra la vegetazione attuale e quella potenziale, che caratterizzerebbe le varie porzioni del territorio in assenza di influenze antropiche.

È stato pertanto attribuito un valore minimo di naturalità alle zone con più intensa antropizzazione (aree edificate) e un valore massimo alle aree prive di antropizzazione, dove la vegetazione è prossima allo stadio climax. La scala proposta è stata inoltre talvolta adattata alle locali caratteristiche di naturalità della vegetazione e pertanto si può parlare di valori di naturalità relativi al territorio indagato, e non di valori assoluti.

Tale scala di valori, che qui non riportiamo per ragioni di brevità, è stata successivamente uniformata (Tabella 4.1.I) a quella adottata per gli altri 4 parametri considerati ovvero: biodiversità, specificità, rarità delle specie e infine rarità dell’habitat.

E' ampiamente dimostrato che, a parità di superficie dell'area in esame, all’aumentare della diversità ambientale aumenta il numero di specie presenti ovvero la biodiversità di quella determinata area (ad es. cfr. Pickett et al., 1997). La ricchezza di specie viventi, ovvero la biodiversità presente in ogni tipologia di vegetazione, può pertanto ben contribuire a definire il valore naturalistico complessivo di tali unità. L’attribuzione di questi valori si è basata su elementi bibliografici e sulle conoscenze scaturite in seguito alle analisi dei dati raccolti nel presente studio, purtroppo relativi esclusivamente ad alcuni taxa. Per questo motivo tale valutazione può risultare parzialmente soggettiva.

Per ogni tipologia di vegetazione, oltre ai livelli di naturalità e di biodiversità, è stata valutata anche la specificità dell’habitat, intendendo con questo termine il carattere di maggiore o minore unicità e la relativa maggiore o minore facilità di una sua vicarianza[4]. Analogamente a quanto poco sopra indicato, l’attribuzione di questi valori si è basata su elementi bibliografici e sulle personali conoscenze e può pertanto risultare parzialmente soggettiva. A questi parametri abbiamo infine aggiunto la rarità delle specie e dell’habitat. La rarità delle specie va intesa a livello nazionale e continentale mentre quella dell’habitat è relativa ad un area geografica più limitata (a livello regionale o sub-regionale).

Tutti i criteri sono stati valutati in base ad una scala di valori secondo il prospetto che segue:

 

Classe A

Aree di alto valore naturalistico, con formazioni vegetali prossime alla condizione climax, con livelli di biodiversità medio-alti e con livelli di rarità e di specificità medio alti o alti;

Classe MA

Aree di valore naturalistico medio-alto, con tipologie ad alta specificità;

Classe M

Aree di medio valore naturalistico, con vegetazione naturale o seminaturale e discreti livelli di biodiversità;

Classe B

Aree di scarso valore naturalistico, con tipologie vegetazionali seminaturali o artificiali a bassi livelli di biodiversità e rarità

Classe BB

Aree di valore naturalistico molto basso, seminaturali o artificiali.

 

 

4.1.1.                           Risultati

Per giungere a definire un valore naturalistico delle differenti unità individuate, sono stati sommati aritmeticamente i contributi relativi a naturalità, biodiversità e rarità, attribuendo un maggiore “peso numerico” alla rarità dell’habitat, poiché ritenuto il più importante. Alle 5 classi relative sono stati pertanto attribuiti valori da 1 a 5 per naturalità, biodiversità, specificità e rarità delle specie, e da 2 a 10 per la rarità dell’habitat.

 

Tabella 4.1.I

 

 

PUNTEGGI

Classi

Sigla

Naturalità

Biodiversità

Specificità

Rarità delle specie

Rarità dell’habitat

Molto basso

BB

1

1

1

1

2

Basso

B

2

2

2

2

4

Medio

M

3

3

3

3

6

Medio-Alto

MA

4

4

4

4

8

Alto

A

5

5

5

5

10

 

Il valore naturalistico è stato quindi espresso mediante valori compresi tra 6 (basso valore naturalistico) e 29 (massimo valore naturalistico) (Tabella 4.1.II) Per ogni classe di valore naturalistico è stata poi calcolata la superficie presente all’interno del territorio indagato, i cui risultati sono esposti in tabella 4.1.III.

 

Tabella 4.1.II

Cod.

Tipologia

N

B

S

RS

RH

Totale

val nat

18

Garighe e praterie steppiche a mosaico con macchia e/o saliceti pionieri

5

5

4

5

10

29

A

5

Garighe e praterie xerofile dei terrazzi alluvionali

4

5

4

5

10

28

A

10

Complesso di vegetazione erbacea calanchiva

5

3

5

4

10

27

A

4

Boschi  igrofili ripariali dei terrazzi più esterni a prevalenza di salice bianco e pioppi

4

4

4

3

8

25

A

11

Garighe a mosaico con praterie steppiche

4

4

3

4

10

25

A

17

Aspetti pionieri di greto a mosaico con saliceti, garighe e praterie xerofile

4

5

3

5

8

25

A

1

Corsi d’acqua con, a tratti, vegetazione acquatica e/o elofitica

4

2

4

2

8

20

MA

6

Praterie steppiche dei terrazzi alluvionali ad Ampelodesmos mauritanicus

4

3

2

3

8

20

MA

9

Boschi misti di latifoglie prevalentemente termofile

5

3

5

4

10

20

MA

7

Arbusteti, siepi, macchie

4

3

3

3

6

19

M

14

Seminativi e pascoli a maglia fitta e a campi chiusi

2

3

3

3

8

19

M

8

Boschi di leccio

4

2

2

2

8

18

M

12

 Prati-pascoli

2

4

3

3

4

16

M

19

Saliceti pionieri a mosaico con macchia a con formazioni ripariali arboree

4

3

2

2

4

16

M

2

Vegetazione erbacea del letto fluviale e dei terrazzi alluvionali recenti

3

3

2

2*

4

14

B

3

Arbusteti e boscaglie a salici dell’alveo fluviale, disturbata dalle piene ordinarie

4

2

2

2

4

14

B

16

Seminativi e/o praterie seminaturali a mosaico con oliveti o vigne

2

3

3

2

4

14

B

13

 Seminativi con vegetazione infestante

1

2

1

2

2

8

BB

15

Vigneti

1

1

1

1

2

6

BB

 

 

Tabella 4.1.III

Classe

Superficie (ha)

%

Valore naturalistico alto

315

23

Valore naturalistico medio-alto

468

34

Valore naturalistico medio

278,5

20

Valore naturalistico basso

133,5

9,6

Valore naturalistico molto basso

184,15

13,4

 

Emerge chiaramente come gran parte del territorio analizzato possieda un valore naturalistico medio-alto. E' inoltre notevole la quota che possiede un valore alto (oltre il 20% per un totale di 315 ettari) e medio. E' importante soprattutto notare come soltanto il 23% del territorio esaminato risulti rientrare nelle classi basso e molto basso. Bisogna inoltre precisare che una porzione di territorio a valore naturalistico basso (B) (74 ettari, 5,3% del totale) è costituita da seminativi a mosaico con vigneti e oliveti che in realtà rappresentano degli ambienti importanti per alcune specie (soprattutto avifaunistiche) di interesse conservazionistico. Il basso punteggio di questa tipologia vegetazionale è principalmente dovuto alla scarsa naturalità di questi ambienti.

E’ interessante infine notare che il valore naturalistico raggiunge complessivamente livelli alti e medio alti lungo tutta una fascia quasi ininterrotta che interessa, per larghi tratti, l’alveo ciottoloso sabbioso (vegetazione camefitica con Santolina etrusca a mosaico con formazioni a carattere emicriptofitico, del Coronillo-Ampelodesmetum, arbusteti dei Pistacio-Rhamnetalia alaterni e saliceti a Salix elaeagnos, S. purpurea); comprende poi a tratti, soprattutto nella parte a monte del SIR sul torrente Trasubbino, i versanti con boschi di latifoglie a dominanza di cerro e carpini nero e, ma con estensione molto limitata, le aree umide con vegetazione igrofila ripariale e acquatica. La continuità spaziale e funzionale tra queste aree ad elevato valore naturalistico rappresenta dunque un elemento di grande interesse, che deve essere conservato e in parte incrementato, laddove i fattori di criticità possano metterne in pericolo la funzionalità (ad es. tagli della vegetazione ripariale, rimaneggiamento antropico dell’alveo fluviale, invasione di specie esotiche, ecc.).

E' quindi importante ribadire come le fasce ripariali e le zone golenali del Torrente costituiscano uno degli ambienti di maggior pregio dell'area, soprattutto in considerazione della estrema rarefazione a cui questi habitat vanno incontro in Toscana e in tutta Italia.

E’ poi da evidenziare come gli aspetti a naturalità elevata siano, nel tratto a valle del SIR, in diretto contatto con seminativi e vigneti a naturalità molto bassa, in funzione dell’utilizzo antropico del territorio in quest’area pianeggiante ben accessibile e adatta alle coltivazioni; nei tratti a monte invece, in cui i corsi d’acqua, soprattutto il Trasubbino, scorrono all’interno di valli strette delimitate da versanti con forte pendenza e quindi difficilmente accessibili, si ha un passaggio graduale dei valori di naturalità che contribuisce a sottolineare un impatto antropico minore.

È comunque necessario precisare che anche nelle porzioni più a valle del SIR, il livello medio di valore naturalistico è basso solo se considerato nell’ambito del SIR stesso, ma risulterebbe elevato se fosse esaminato rispetto ad un contesto più vasto, come quello provinciale o regionale. Inoltre, il mosaico ambientale costituito dagli ambienti fluviali in contatto con seminativi e altre aree agricole costituisce l’habitat ottimale dell’occhione e di altre specie minacciate di uccelli, che utilizzano i diversi ambienti per le diverse attività (ad es. l’occhione si alimenta frequentemente nei coltivi ma dovrebbe nidificare solo nell’ambito fluviale).

 

 

 

4.2.                    Cause di minaccia e livelli di fragilità

Gli aspetti maggiormente esposti a minacce all'interno del SIR sono costituiti dal complesso del Torrente con la vegetazione ad esso legata e dal complesso degli agroecosistemi.

Il mosaico vegetazionale presente nei primi e secondi terrazzi ciottoloso-sabbiosi degli alvei fluviali con cenosi di suffrutici a dominanza di Santolina etrusca e Helichrysum italicum, praterie ad Ampelodesmos mauritanicus, saliceti, arbusteti sempreverdi e pratelli terofitici, costituisce uno degli aspetti più belli e ricchi di specie del SIR; in questo ambito la tendenza naturale è verso un arricchimento in specie arbustive ed arboree e nell’evoluzione verso un manto più continuo e strutturato. Negli alvei fluviali, comunque, il processo evolutivo è estremamente lento e per lo più bloccato dal periodico e naturale verificarsi di fenomeni di piena; è infatti grazie alla naturale dinamica fluviale che ha potuto agire indisturbata in un ambiente libero da restrizioni antropiche, che questi particolari mosaici vegetazionali, in equilibrio tra loro e con il sistema fluviale, hanno potuto mantenersi. Tale mosaico nella maggior parte dei casi merita di essere mantenuto inalterato, in modo da permettere la conservazione di fitocenosi e/o entità rare o fitogeograficamente significative.

La vegetazione acquatica e/o elofitica è presente in poche parti del SIR in corrispondenza dei pochi specchi d’acqua presenti anche nel periodo estivo e, seppure con estensione molto limitata, contribuisce in modo sostanziale alla diversità ambientale.

In generale, i mosaici e le tipologie vegetazionali citate sopra, nonché la fauna ad esse legata, risentono negativamente di:

·        Interventi di regimazione idraulica tesi alla riduzione dei rischi di inondazione, con modifiche delle caratteristiche naturali dell'alveo (pendenza e larghezza, altezza delle sponde); essi causano una riduzione della diversità ambientale del fiume con banalizzazione sia fitocenotica che floristica; in questo caso comunque la naturale capacità di rigenerazione della vegetazione e la dinamica vegetazionale sono in grado di ricreare, nella maggior parte dei casi, la naturale successione nel giro di un lasso di tempo indicativamente nell’ordine di 10 anni.

·        Eventuali interventi di cementificazione delle sponde e talvolta dell’alveo e rettificazione del corso che generano alterazioni pesanti e irreversibili nell’ecosistema fluviale, riducendo in modo definitivo gli habitat e la superficie utile per l’insediamento di specie vegetali e animali e delle fitocenosi.

 

 

·        Altri interventi antropici quali l'uso dell’alveo come pista o strada, il pascolo intenso, e soprattutto la

·        LA lalalsdddd   messa a coltura (o quantomeno il tentativo di messa a coltura) di aree perifluviali, favoriscono la diffusione di specie ruderalsegetali o esotiche avventizie, anche molto competitive, e l’affermarsi di numerosi aspetti di vegetazione ruderale e antropogena, provocando una sorta di inquinamento verde a carico soprattutto delle comunità periferiche, a contatto con le aree agricole circondanti l’alveo fluviale. Le modificazioni delle caratteristiche naturali dell’alveo, costituiscono le principali causa di minaccia anche per quanto riguarda la fauna ittica.

·        La gestione dei pochi lembi di vegetazione boschiva ripariale, che normalmente esula da quella strettamente forestale perché in gran parte competenza dell’Autorità di Bacino, dovrebbe attenersi il più possibile ai criteri di conservazione, riducendo al minimo le attività di taglio.

·        I lembi di boschi xerotermofili di roverella e/o carpino nero presenti nel greto potranno essere lasciati alla naturale evoluzione, tenendo conto che per lo più permarranno allo stato scarsamente maturo a causa del disturbo da piene eccezionali e, talvolta di pascolamento o altri interventi antropici.

·        I boschi di versante, sia sclerofilli che caducifogli, se lasciati a se stessi,  in condizioni ambientali e pedologiche non proibitive, tenderanno a maturare e ad arricchirsi qualitativamente e quantitativamente di specie nemorali e si trasformeranno in cenosi forestali più mature grazie all’insediamento di specie arboree più mesofile. Attualmente si osserva un crescente miglioramento delle cenosi forestali costituite da specie autoctone; l’abbandono sta infatti favorendo sia lo sviluppo della componente arborea, che la consistenza delle specie più nemorali, assecondando il naturale sviluppo delle cenosi forestali.

 

Il SIR è poi caratterizzato da estensioni significative di agroecosistemi ad elevata complessità ed eterogeneità, con un denso reticolo di siepi e querce camporili. Per quanto riguarda l'avifauna per molte delle specie legate alle aree aperte, le principali cause di minaccia sono individuate proprio nella riduzione degli habitat di nidificazione e di alimentazione per la modificazione dei paesaggi agrari tradizionali, in seguito alla modernizzazione delle tecniche agricole. Tali processi comportano anzitutto la semplificazione della vegetazione, tramite lo sviluppo della monocoltura e la scomparsa delle coltivazioni ad esempio dei cereali vernini; questo riduce le possibilità di alimentazione, ad esempio di molte specie di uccelli frugivori. In secondo luogo, si ha la tendenza all'ampliamento degli appezzamenti coltivati, con la scomparsa delle fasce di vegetazione ecotonale, delle siepi arbustive e arboree, delle strade camporili, dei caratteristici alberi sparsi, fondamentali elementi di diversificazione che forniscono siti idonei alla riproduzione di numerose specie di uccelli e mammiferi (cfr § 3.3.3) nonché un ampliamento della base alimentare (Sposimo e Tellini, 1995; Tucker & Heath, 1994; Bulgarini et al., 1998; Tellini Florenzano et al., 1997; Scoccianti e Scoccianti, 1995; LIPU, 2000 in prep.). Un ulteriore elemento di minaccia è costituito dalla diminuzione del pascolo, soprattutto ovino; le aree abbandonate, tendono in breve tempo a "chiudersi" per l'invasione della vegetazione arbustiva.

Per le specie legate agli ambienti forestali, le causa di minaccia risiedono nell'aumento delle aree gestite a ceduo, talvolta con turni brevi, che impediscono l'evoluzione del bosco verso fasi prossime al climax (Scoccianti e Scoccianti, 1995) e nella scomparsa dei vecchi alberi ricchi di cavità e sparsi nelle aree agricole. All'interno del SIR, e in considerazione dei risultati ottenuti dai rilievi avifaunistici, questa seconda causa di minaccia è da considerarsi la più rilevante.

Ulteriori fattori di disturbo per l'avifauna risiedono nel disturbo diretto da parte dell'uomo tramite le attività venatorie e turistiche non regolamentate. Particolarmente sensibili a queste ultime sono le specie che nidificano a terra, ad esempio l'occhione e il corriere piccolo. Nelle Province di Siena e Grosseto sono segnalati casi di bracconaggio soprattutto a carico di rapaci diurni (Scoccianti e Scoccianti, 1995).

 

 

 

 

5.   Aspetti propositivi

E’ certo che sarà necessario assumere iniziative per la tutela e la valorizzazione naturalistica dell’area del SIR, tese prevalentemente al mantenimento di un'alta diversità fitocenotica e alla salvaguardia delle comunità vegetali.

 

 

 

5.1.                    Linee guida per la gestione

Per la conservazione delle garighe e praterie steppiche, diffuse in particolare in alvei ampi a dinamica naturale, è necessario:

·        il mantenimento del mosaico costituito dalla vegetazione emicriptofitica dei greti e dalle garighe su aree estese e continue, anche attraverso l'incentivazione delle attività di pascolo;

·        la limitazione degli interventi di gestione idraulica in alveo a quelli strettamente necessari per motivi di sicurezza, evitando, dove è possibile, la modificazione delle caratteristiche naturali dell’alveo.

·        Proibizione dell'uso dell'alveo come pista o strada (ad es. per l'esbosco), anche in caso di siccità; attraversamento dei veicoli solo in guadi definiti.

·        Limitazione delle aree estrattive in subalveo.

 

Le opere di sistemazione idraulica dovrebbero avere come obiettivo principale quello di indirizzare, tramite interventi interdisciplinari (ingegneria naturalistica), la naturale tendenza evolutiva dell’ecosistema evitando di danneggiarne l’equilibrio. Lungo il Trasubbie, in aree limitrofe all’abitato di Baccinello, al fine di stabilizzare le sponde fluviali, si sono realizzati rinfianchi di materiali sciolti, cioè rivestimenti costituiti da pietrame sciolto di grosse dimensioni che causano modificazioni permanenti dell’assetto morfologico dell’alveo e rallentano molto l’attecchimento del manto vegetale sulle sponde. Sarebbe dunque auspicabile, in questo caso e anche per interventi futuri, l’impiego abbinato di materiali inerti con quelli viventi, piante o parti di esse (per es. talee), teso al ripristino delle fitocenosi ripariali, impiantando e/o favorendo le specie arboreo/arbustive igrofile (Salix sp. pl., Populus sp. pl.).

 

Va inoltre evidenziata la necessità di mantenere i pochi aspetti igrofili presenti e le formazioni elofitiche come canneti e tifeti, in quanto le caratteristiche torrentizie sono di per sé una limitazione per la diffusione di queste cenosi.

Si sottolinea inoltre l’utilità di monitorare periodicamente lo sviluppo o la regressione delle cenosi acquatiche e igrofile. Sarebbe poi auspicabile una verifica periodica della consistenza di sostanze inquinanti e nutritive presenti nelle acque.

 

Relativamente alle aree di versante:

·        Esclusione degli interventi di modifica delle caratteristiche naturali delle ripe.

·        Mantenimento di sponde non disturbate.

·        In ambito boscato, esclusione del taglio degli alberi, per una fascia di almeno 20 metri

 

Da tutelare e salvaguardare, secondo quanto indicato nelle “Indicazioni tecniche per l'individuazione e la pianificazione delle aree di collegamento ecologico (L.R. 56/2000)”, gli agroecosistemi ad elevata complessità ed eterogeneità, con un denso reticolo di siepi e filari, in quanto aree di rifugio per molti animali, nonché elementi di carattere residuale in seguito alle vaste modifiche che hanno interessato nell’ultimo secolo il paesaggio agrario. In particolare per quanto riguarda l'avifauna, adeguate politiche agricole volte al mantenimento degli agroecosistemi a elevata eterogeneità, sembrano costituire ad oggi la principale misura per impedire il declino di molte specie minacciate o vulnerabili (RENATO, 2002; Sposimo e Tellini, 1995).

In quest’ambito particolare riguardo deve essere usato sia per le querce camporili isolate (in particolare  alberi di grosse dimensioni e marcescenti) che per il sistema delle siepi per cui si prevede il mantenimento della rete esistente e progressivo incremento nelle zone dove questi elementi sono oggi assenti o rari.

 

Si ritiene inoltre auspicabile l’allestimento di una rete di sentieri da frequentarsi con accompagnatore in collegamento con il Parco della Maremma o con le limitrofe Riserva Naturale di Rocconi e del Monte Labbro.

 

 

 

5.2.                    Indicazioni per la valorizzazione

Il sito possiede ampie possibilità di valorizzazione, dato anche l’elevato valore paesaggistico che caratterizza tutto il territorio della Toscana meridionale.

Negli ultimi anni il settore turistico delle aree rurali e marginali della Toscana è andato incontro a una costante crescita. Tuttavia questo riguarda in gran parte il settore eno-gastronomico, mentre le emergenze naturalistiche della maggior parte delle aree della toscana meridionale sono ancora per lo più sconosciute o poco valorizzate. Per quanto riguarda l'area del Trasubbie e dei suoi affluenti, non esistono ad esempio una carta escursionistica dei sentieri o una guida ecursionistico-naturalistica a carattere divulgativo.

L’alveo fluviale è adatto ad escursioni e a visite anche nell’ambito di progetti di educazione ambientale. Caratteristiche analoghe sono comuni anche ai due affluenti del Trasubbie esaminati, ma l’assenza di itinerari escursionistici e, soprattutto, la totale mancanza di attività di informazione e valorizzazione, hanno mantenuto fino ad oggi l’area del tutto sconosciuta come possibile meta per l’escursionismo.

Si ritiene quindi auspicabile l’allestimento di una rete di sentieri da frequentarsi con accompagnatore in collegamento con il Parco della Maremma o con le limitrofe Riserva Naturale di Rocconi e del Monte Labbro. In quest’ambito sarebbe molto importante prevedere anche lo svolgimento di attività informative per valorizzare il SIR, come la realizzazione di una cartellonistica atta ad illustrare i diversi tipi di ambienti presenti nel SIR e di altro materiale informativo da diffondere con mezzi diversi e a diversi livelli.

 

In ultimo, è da rimarcare come sia da prevedere che la gestione nel tempo degli interventi di valorizzazione sopra illustrati genererà uno sviluppo occupazionale per operatori ambientali da impiegare in compiti di gestione, educazione ambientale e per consulenze e informazioni.

 

  

 

 


 

[1] Allegato II della Direttiva 92/43/CEE - Specie di animali e piante di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di aree speciali di protezione

[2] Allegato IV della Direttiva 92/43/CEE - Specie di animali e piante di interesse comunitario che necessitano di stretta protezione

[3]Lista 2 dell'Allegato A della LR 56/2000 -  Habitat naturali e seminaturali e specie animali e vegetali di interesse regionale, la cui conservazione può richiedere la designazione di SIR

[4] Ad es. un bosco ceduo di roverella ha bassa specificità se nell’area ci sono altri boschi di latifoglie che possono in buona parte vicariarne la funzione; viceversa la vegetazione rupestre presenta alta specificità perché non può essere sostituita da nessun altro tipo di vegetazione che ne mantenga inalterata la funzione.